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Madrid, 2 ott – Erano gli anni ’30 e la guerra civile ancora di là da venire, ma già il tema del separatismo catalano teneva banco nella discussione politica spagnola. A quasi 90 anni di distanza, al netto delle ovvie differenze di contesto, sia locale che globale, la questione riprende forza con un referendum i cui esiti – a parte il discusso risultato – non sono ancora chiari.

Dal secolo scorso ad oggi, almeno un punto in comune però c’è. Ed emerge con forza dalla cronache dell’epoca. “Una delle ragioni di cui ci si fa scudo contro l’unità nazionale – scriveva Ramiro Ledesma Ramos, affrontando la vexata quaestio del separatismo di Barcellona nell’ottobre 1931 sul settimanale La Conquista del Estado – è quella della decentralizzazione economica”. Separatismo, indipendentismo o rivendicazioni meramente monetarie? Già allora il dubbio si faceva strada. Il punto di vista di Ledesma Ramos non era, tuttavia, solo economico, ma anche di natura politica. “Il problema della Catalogna – scriveva – non è altro che uno dei tanti esempi concreti che denunciano fra noi un altro problema con più profonde radici: il fallimento della struttura esistente nel nostro Stato“. Certo, la Catalogna aveva “diritto alla massima attenzione nazionale”, ma autonomia e indipendenza non erano la soluzione. Occorreva invece che catalani e castigliani, in perfetta unità, dessero vita a un “nuovo Stato, i cui fini non erano quelli di risolvere altri problemi precedenti ad esso, e ad esso per tanto estranei, ma quello di rendere impossibili tutti i problemi”.

Ledesma Ramos criticava anche la vecchia destra, incapace di comprendere i problemi dell’attualità e, in quanto tale, fomentatrice involontaria delle pulsioni centrifughe. In un articolo del 1934, scriveva: “Le destre, e ci riferiamo a Gil Robles e alla sua CEDA, (…) mancano della profondità nazionale che si richiede per affrontare con fermezza con problemi come quello che pone la ribellione autonomista (…). A ciò sono giunti i rappresentanti politici della maggioranza dei cattolici spagnoli: a non essere neppure una garanzia contro le forze che lavorano per la disgregazione della Spagna”. Al contrario, “il nostro fascismo non consiste se non nel proporre una idea nazionale, alla quale intendiamo aderire con tutta fermezza”.

Convinzione sposata anche dal fondatore della Falange Española, José Antonio Primo de Rivera, il quale, tre anni dopo e con l’Estatut – la “costituzione” autonomista di Catalogna – già approvata con ampi margini di autonomia per la regione nordorientale, pur cercando di allontanare il sospetto di “mire mercantili” dal fronte del separatismo, metteva alcuni punti fermi: “La nazione non è un’entità fisica che si individua per le sue caratteristiche orografiche, etniche o linguistiche, ma un’entità storica che si caratterizza per una propria unità di destino“. Questa unità è rappresentata non dalla Catalogna, Andalusia, Castiglia: “È la Spagna la nazione, non alcuno dei popoli che la compongono. Quando questi popoli si riunirono, trovarono la giustificazione storica della loro esistenza”.

Nicola Mattei

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