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palazzo_civilta_del_lavoro_3Roma, 16 feb – Al giorno d’oggi parlare di sovranità, protezionismo e senso dello Stato appare sempre più un anacronismo. Chi si oppone alla globalizzazione e all’abbattimento delle frontiere viene descritto il più delle volte come un fascista o un medievale incapace di comprendere l’inevitabile strada verso il «progresso». Eppure la lezione della storia dovrebbe imporci ben altre linee di pensiero: l’America Latina, da sempre alle prese con le ingerenze degli Stati Uniti e del loro pensiero economico, ha proprio per questo prodotto diverse analisi degne di nota per comprendere le dinamiche di potere internazionali. Marcelo Gullo, studioso argentino, è autore di una delle teorie più controverse e intriganti: quella dell’«insubordinazione fondante». Con questo termine si vuole indicare il momento storico in cui un paese si ribella ai precetti economici liberisti per garantirsi l’unica via per uno sviluppo autonomo: intervento statale e protezionismo economico, tali da stimolare e proteggere un solido settore industriale.

Gullo intravede nel pensiero liberista un’arma ideologica di sfruttamento di alcune parti del pianeta da parte delle potenze egemoni (Inghilterra nell’800 e USA da metà ‘900 ad oggi, come da noi descritto in un precedente articolo) per bloccare l’indipendenza e i veri motori dello sviluppo economico di qualsiasi possibile rivale. «Come aveva fatto la Gran Bretagna, anche gli USA agirono in modo duplice perché, mentre predicavano il libero commercio, continuavano a mantenere, per molti prodotti, un pesante protezionismo che rendeva il mercato nordamericano una fortezza inaccessibile. Dopo la Seconda Guerra Mondiale gli USA, attraverso le proprie prestigiose Università, si prodigarono a sostenere, per gli altri paesi, il principio del libero scambio e della libera azione del mercato: i loro grandi economisti osannarono come controproducente qualsiasi ostacolo al libero commercio. Conferendo a questa ideologia di preservazione della loro egemonia le apparenze di un “principio scientifico” universale dell’economia – come aveva fatto la Gran Bretagna – riuscirono a persuadere molti Stati che, così, diventarono passivamente mercati per i prodotti industriali nordamericani e rimasero semplici produttori di materie prime» suggerisce Gullo.

Numerosi esempi avvalorano questa tesi, partendo dal Seicento fino alle attuali indicazioni di FMI, Banca Mondiale e WTO, dominati dagli States, in direzione di privatizzazioni e austerità. Nel XVII secolo lo Stato divenne il grande e indiscusso protagonista delle relazioni internazionali. Il dominio britannico del mare e dei commerci nei “secoli d’oro” fu favorito dall’impulso statale e dal rigido protezionismo (in particolare nel campo della lana) applicato dalla Corona, fondamentale nell’assicurare uno sviluppo industriale senza precedenti. Pensiamo in particolare all’Atto di Navigazione (1651), teso a limitare l’attracco del naviglio estero presso tutti i porti britannici, compresi quelli delle colonie, per alimentare un fiorente commercio interno a danno dei concorrenti. Daniel Defoe, noto ai più come l’autore del Robinson Crusoe, descrisse compiutamente questa politica nell’opera A Plan of the English Commerce. Processi simili a quelli che si possono ravvisare nelle epoche di splendore di molti paesi europei, Spagna e Portogallo in primis, come ha documentato ancora Gullo nella sua opera Insubordinazione e sviluppo.

Nello stesso filone possiamo ascrivere inoltre l’esperienza di Napoleone e del suo blocco continentale anti-britannico e successivamente di De Gaulle, che assicurò uno scatto d’orgoglio alla Francia grazie all’attivismo statale per disegnare una sorta di terza via tra capitalismo e comunismo. Fatta questa premessa, si può azzardare un’applicazione di questa teoria delle relazioni internazionali al nostro paese. Dopo l’Unità, nonostante alcuni politici di valore, l’Italia rimase debole e marginale nel contesto europeo, condizionata e limitata da potenze più influenti come Francia e Inghilterra. Il trattamento subito al termine del conflitto ’15-‘18 (si rilegga in proposito Il coinvolgimento italiano nella Prima Guerra Mondiale e la vittoria mutilata di Michele Rallo) ne fu il plastico esempio. Una svolta arrivò solo nel dopoguerra, quando l’esperienza fascista si affermò progressivamente come la vera e propria «insubordinazione fondante» italiana.

Lo Stato, che si voleva Etico, assunse un ruolo decisivo, tanto che Mussolini arrivò a vantarsi che tre quarti delle imprese italiane dipendessero da questo. Rinascente, Giotto, Olivetti, Guzzi, Campari, Perugina, Gancia, Fabbri, Zucchi, Buffetti, Fiorucci, Lete, Sasso: solo alcuni esempi del fiorire industriale italiano nel Ventennio, aiutato da vasti programmi di spesa pubblica keynesiana. L’IRI fu il grande protagonista, al punto da diventare un esempio internazionale, assieme alla costruzione dello Stato corporativo alternativo al sistema capitalista. Nelle teorizzazioni profonde di Berto Ricci, Ugo Spirito, Sergio Panunzio il liberismo veniva additato come nemico principale della civiltà e dello spirito mediterraneo e italiano. E proprio lo strangolamento inglese ai nostri danni nel Mare Nostrum fu una delle cause centrali che portarono al conflitto. Il filo rosso che dalla Carta del Lavoro del ’27 arrivò fino alla socializzazione delle imprese fu interrotto dalla rovinosa sconfitta in guerra, che pose fine ai sogni di gloria e indipendenza italiana.

Nel secondo dopoguerra, ricacciata nell’insubordinazione militare, politica e ideologica, l’Italia riuscì a garantirsi spazi di manovra autonoma grazie proprio agli istituti edificati dal fascismo, dall’IRI fino all’Agip (futuro ENI), passando per i colossi statali architrave del welfare state come INPS e INAIL. Amintore Fanfani, teorico corporativo nel Ventennio, fu un protagonista in continuità col suo passato, pensiamo al Piano casa o alle Partecipazioni statali. Nonostante questi spiragli sociali, l’Italia rimase lontana dal riacquistare una «soglia di resistenza» (capacità di un’unità politica di poter determinare ciò che si fa nel proprio territorio) e «di potere» (forza minima di uno Stato per provare a partecipare alla costruzione dell’ordine internazionale), due categorie coniate da Gullo. Il nostro patrimonio industriale e sociale ha avuto vita breve, cominciando a cadere a pezzi in particolare negli anni Novanta con i governi tecnici e l’opera di Prodi, il tutto a favore degli USA e dell’ideologia liberale vincitrice della Guerra fredda.

Anche i nostri “fratelli europei” hanno approfittato della nostra perdita di competitività, insieme alla finanza internazionale e alle grandi multinazionali, ovviamente a stelle e strisce. Giulio Tremonti ha notato: «Dal punto di vista di Google, Amazon, Twitter, Yahoo!, non sono loro che violano le leggi fiscali degli Stati. All’opposto, sono loro che si sentono ormai tanto forti da imporre agli Stati le loro “leggi”, lasciando agli Stati solo la possibilità di adeguarsi», e subito la mente corre al TTIP. Questo scenario di deindustrializzazione, delocalizzazioni e privatizzazioni allontana sempre più la possibilità di una nuova «insubordinazione fondante»: «Con la decapitazione del controllo nazionale di gran parte delle nostre grandi aziende, la potenza della Nazione è messa in discussione. Le piccole e medie imprese possono assicurare il benessere con la crescita e l’occupazione locale, ma non potranno mai dare all’Italia la potenza perduta, ossia il ruolo di media potenza regionale che un tempo possedevamo e ora non possediamo più, come dimostra la nostra assenza dal grande dibattito strategico militare internazionale», ha scritto Giulio Sapelli. Ripartire sul piano concreto è arduo, se consideriamo le politiche di austerità e la timidezza europea nel difendere le sue eccellenze industriali. In Italia, il «rimpatrio» del debito pubblico per bloccare le speculazioni internazionali e la costituzione di una Banca nazionale di Credito per l’economia sul modello tedesco della KfW potrebbero essere due importanti intuizioni per rilanciare l’impulso statale, come proposto da Tremonti nel libro Bugie e Verità.

Sul piano culturale invece sarebbe vitale conferire il giusto peso alla costruzione corporativa del Ventennio, momento quasi unico di riscatto sociale e prestigio dello Stato, ancor oggi degno di studio. Di fronte all’attenzione che molti anti-liberisti di casa nostra conferiscono a esperienze spesso eterogenee, particolari e lontane (come quelle sudamericane) è più che mai colpevole lasciar da parte un tesoro che, al netto di errori e anacronismi, va da «Critica Fascista», Bombacci, «L’Universale» fino al «Lavoro come pedagogia rivoluzionaria» di Riccardo Del Giudice e Giuseppe Bottai. Un patrimonio inteso a segnare una via puramente italiana allo sviluppo economico e sociale.

Francesco Carlesi

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2 Commenti

  1. Complimenti per l’articolo. Sarebbe interessante portare una discussione del genere dinanzi a qualche “tavolo importante”…

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