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Cesare genetliaco dèiRoma, 13 lug – Luglio si apre sotto l’insegna del nobile e audace Gaio Giulio Cesare, da cui prende nome, per l’appunto, il settimo mese dell’anno. In realtà, nell’arcaico Calendario romano, esso era conosciuto come Quinctilis (cioè, quello che veniva per quinto) poiché si faceva iniziare il computo dei mesi a partire da marzo. Non a caso, pare: quasi a significare come, con il solstizio d’estate, iniziasse il periodo della “decadenza”, legata alla fine della fase ascendente del sole. Così mentre  le prime sei mensilità erano designate con nomi propri di divinità, nella seconda parte dell’anno esse erano conosciute semplicemente per il loro ordine numerico (quinto, sesto, settimo etc) e come tali, in gran parte, ci son giunti così denominate. Ma un fatto straordinario era accaduto (come poi occorrerà poco dopo, per onorare Ottaviano Augusto con agosto), sì da mutare persino il tradizionale conservatorismo dei romani per i loro vocaboli più remoti, quand’anche i nostri avi non possedessero più l’esatta comprensione del  loro significato: la nascita del Divus Iulius, tradizionalmente collocata il 12 Quintile dell’anno 100  (o 101, secondo una più recente ricerca) prima dell’evo volgare, ma in realtà occorsa il 13 luglio. Nel calendario degli avvenimenti memorabili delle historiae romanae, essa segue di qualche giorno, un altro importante avvenimento: la morte dell’imperatore Flavio Claudio Giuliano. Molto in comune sembrano possedere i due personaggi: entrambi invitti condottieri alla testa delle loro fedeli legioni contro le genti del nord, entrambi uomini di pensiero e di lettere, oltreché d’azione (amavano, come ci informa Ammiano Marcellino, levarsi nel cuore della notte negli accampamenti, per comporre le loro opere). Entrambi precedono di qualche lustro svolte fondamentali della storia, che condurranno alla fine del mondo tradizionale romano che fu: la nascita del Cristo, la definitiva affermazione del cristianesimo per furore iconoclasta degli editti teodosiani, pubblicati nel nome della nuova religione. Cesare e Giuliano, poi, trovarono la morte mentre volgevano lo sguardo ad Oriente e con ogni probabilità per mano di romani stessi.



Il primo, dianzi alla partenza della spedizione contro i Parti (in quell’impresa che avrebbe dovuto consegnare  definitiva immortalità alle sue gesta) sotto i colpi dei congiurati, gelosi custodi delle prerogative repubblicane e dell’auctoritas senatoriale. Giuliano, nel cuore della Persia stessa, alla testa dei suoi, nel tentativo di soggiogare la dinastia Sasanide, ucciso da un dardo scoccato, secondo parte dell’antica storiografia, da un soldato romano di fede cristiana che lo volle così punire per la sua ostinata difesa del paganesimo morente. C’è però qualcosa di più sottile, eppure più significativo che lega i due condottieri romani. La loro empietà e l’incapacità di comprendere il linguaggio dei segni che gli Dèi inviarono loro, più volte, come monito, prima della fine terrena. Narra Svetonio, come “la morte imminente fu annunciata a Cesare da evidenti prodigi. Pochi mesi prima, mentre i coloni condotti a Capua, in base alla legge Giulia, stavano demolendo antiche tombe per costruirvi sopra case di campagna e facevano ciò con tanto impegno che scoprirono, esplorando le tombe, una gran quantità di vasi di antica fattura, in un sepolcro trovarono una tavoletta di bronzo, in cui si diceva che vi era sepolto Capi, il fondatore di Capua: su di essa era presente la scritta in lingua e caratteri greci, con questo significato: «Quando saranno scoperte le ossa di Capi, un discendente di Iulo sarà ucciso per mano di consanguinei e presto sarà vendicato da terribili sciagure dell’Italia.» Di questo episodio, affinché nessuno lo consideri fantasioso o immaginario, è testimone Cornelio Balbo, intimo amico di Cesare”.  Non solo; poco prima del suo assassinio Cesare venne a sapere che le mandrie di cavalli (animali tradizionalmente legati al mondo infero, quali psico-pompi del viaggio ultraterreno) che aveva consacrato, mentre attraversava il Rubicone, al Dio del fiume, evitavano di nutrirsi, piangendo copiosamente. Il giorno prima delle idi di Marzo, volatili di diversi tipi, dal bosco vicino, raggiunsero e fecero a pezzi sul luogo stesso un piccolo uccello, mentre volava verso la curia di Pompeo (ov’egli trovò la morte) con un ramoscello di lauro nel becco. “Proprio nella notte cui seguì il giorno della morte – prosegue Svetonio –  Cesare stesso, nel sonno, sognò una volta di volare al di sopra delle nubi, un’altra volta di stringere la mano di Giove; la moglie Calpurnia, invece, sognò che la sommità della casa stava crollando e che suo marito veniva trafitto tra le sue braccia; poi, all’improvviso, le porte della camera da letto si aprirono da sole. Ancora, alcuni giorni prima, mentre compiva un sacrificio, l’aruspice Spurinna lo esortò a «fare attenzione al pericolo che non si sarebbe prolungato oltre le idi di marzo». Ma quel 15 marzo dell’anno 44 , dopo aver sacrificato parecchie vittime, senza ottenere presagi favorevoli, entrò in curia, a dispetto di ogni scrupolo religioso, prendendosi gioco di Spurinna e accusandolo di dire il falso, perché le idi erano arrivate senza alcun danno per lui, anche se Spurinna rispose che senza dubbio erano arrivate, ma non erano passate (Svetonio, ancora).

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Non diversamente, Giuliano. Prima ancora di intraprendere la spedizione, l’Augusto aveva domandato un responso all’antico collegio dei XVviri Sacris Faciundis, i quali per lettera lo ammonirono sui pericoli che lo attendevano ed anzi suggerivano che per quell’anno non avrebbe dovuto lasciare la penisola italica. Nel corso della campagna, dopo un brillante successo, Giuliano ordinò che fossero sacrificati a Marte, 10 splendidi tori (pulcherrimi, “i più belli e fausti”): ma 9 di essi morirono lungo la via e uno fu abbattuto, dopo essersi mostrato riottoso al sacrificio. Sì che l’Imperatore chiamò a testimone Giove stesso di un giuramento terribile: mai più avrebbe onorato Marte guerriero (Amm. Marc. 24,6). La notte che precedette la sua morte, continua lo storico romano, Giuliano vide apparire nella propria tenda, per poi uscirne immediatamente, il Genio Pubblico del Popolo romano: ma intristito, con volto e cornucopia velati. E mentre atterrito da quella visione, si era gettato a pregare gli Dèi, un altro infausto presagio si appropinquò: un fuoco ardente nel cielo, come una sorta di stella cadente, fiammeggiante astro che Giuliano subito attribuì all’ira di Marte; convocati gli Aruspici, costoro dissero che si trattava di un cattivo segno e per quella giornata bisognava agire con cautela, astenendosi dall’intraprendere ogni impresa (25,3). Giuliano – scrive Ammiano  – aveva disprezzo per ogni forma di divinazione (anche quelle tradizionali, evidentemente) – sicché cacciò gli esperti Tusci: senza neppure indossare la corazza, si lanciò in battaglia contro il nemico. Si compiva così il suo destino, segnato già da tempo. Mentr’egli si trovava ad Antiochia, in Siria per organizzare la spedizione, molti mesi prima un giovane dai capelli rosseggianti (Marte stesso?) gli era apparso in sonno e aveva predetto che sarebbe perito in Frigia. Prima di morire, Giuliano volle sapere come si chiamasse quella regione: era detta anche Frigia, gli fu risposto.

Tutti questi segni e accadimenti, lungi da rappresentare forme superstiziose, vanno inquadrati nella concezione di epoca imperiale, degli omina imperii o mortis: quei presagi di varia natura, che annunciavano l’ascesa al potere o la morte imminente del principe romano. La legittimazione del titolare imperiale, l’ideologia stessa del principato e del dominato, come ormai ampiamente dimostrato dalla più recente ricerca storiografica, non si basava tanto e solo sul principio dinastico-familiare e neppure semplicemente sulla bruta forza degli eserciti a disposizione dei pretendenti o degli eletti, quanto sull’origine divina del potere, inteso come dono divino (l’imperatore era, per ciò, il princeps a diis electus, non un Dio-monarca, concezione orientale estranea allo spirito romano), sulla protezione divina accordata a coloro che sappiano governare mostrando le virtù stesse degli Déi e sulla consapevolezza che la benevolenza per il titolare del soglio augusteo, si estenderà poi all’intera comunità dei cittadini romani. V’è un bellissimo passo tratto dal Panegirico di Traiano di Plinio, il giovane, che spiega molto bene questa mentalità:  “Né, infatti, v’è dono divino più prezioso e più bello, di un principe virtuoso, pio e agli stessi Déi somigliantissimo. E se finora si fosse continuato a dubitare se per puro caso o per un intervento provvidenziale vengano assegnati alla terra i suoi reggitori, sarebbe tuttavia evidente che il nostro è stato destinato dal cielo. Poiché non, dall’occulto potere dei fati, ma da Giove stesso alla presenza e davanti agli occhi di tutti fu rivelato ed eletto proprio in mezzo ai sacri altari e nel medesimo luogo, che quel dio occupa con presenza tanto manifesta e propizia, quanto il cielo e le stelle”. (Pan. Tr. 1, 3-5) In quest’ideologia sacra e politica ad un tempo, i tristi presagi di morte si manifestano come segni dell’abbandono divino. Alle volte, senza che ciò consegua per effetto di una violazione delle regole della pax deorum, ma per semplice risultato del fato naturale – per vecchiaia, età o malattia – assegnato a ciascuno di noi (come nel caso dei principi ottimi e virtuosi, quali furono un Vespasiano, un Traiano, un Antonino Pio, un Marco Aurelio). Altre volte gli omina mortis conseguono ad un’empietà volontaria, al mancato rispetto delle ferree regole sacrali sancite da Romolo prima e Numa Pompilio poi. Dal mos maiorum, insomma.

Per Cesare (che possiamo considerare sotto molti profili il precursore del potere monarchico-imperiale) è facile individuare nell’episodio del saccheggio del Tempio di Saturno (che era anche l’erario, il forziere di Roma ove si custodivano i beni di valore e i tesori dell’Urbe) per finanziare la guerra civile contro pompeiani, l’atto di empietà massima, accompagnato dalla convinzione acquisita nel tempo di dovere i propri successi alle sue sole capacità (la famosa fortuna di Cesare). In Giuliano la violazione dell’antica legge sacrale che vietava (se non in caso eccezionale, quando il nemico era alle porte) di iniziare una campagna militare prima della celebrazione degli Ecurria il 14 marzo, i Quinquatries del 19 e il Tubilustrium del 23: allorquando cioè, dopo la pausa nelle operazioni segnata dalla festa-danza sacra dell’Armilustrium di ottobre, in cui le lance venivano riposte per far spazio all’attività dei campi (non a caso la liturgia cadeva sotto la protezione di Quirino), la confraternita religiosa dei Salii, riconsegnava simbolicamente quelle stesse armi, ora consacrate a Marte, per dare inizio allo iustum bellum. Fuor dalle suddette considerazioni, tanto in Cesare quanto in Giuliano sembra farsi strada con il tempo una smisurata ambizione, una sorta di hybris: l’incapacità di comprendere che nella vita, come in ogni cosa, v’è anche un tempo in cui bisogna saper mettere da parte la proprie brame e saper riconoscere quello che viene consigliato dagli Déi per il bene comune. Forse in Cesare giocò un ruolo centrale il suo sconfinato desiderio di fama immortale; forse in Giuliano, la ricerca di una legittimazione non ancora ottenuta e l’allontanamento dal costume arcaico, per abbracciare iniziazioni esterne al culto tradizionale. Non lo sapremo mai con certezza. Sia chiaro: nessuno qui intende sminuire le grandi gesta, né il coraggio, tanto morale, quanto fisico che questi due grandi condottieri di Roma seppero mostrare. Ma resta il fatto che giunti ad un certo punto della loro vita, ambedue scordarono la lezione che veniva impartita ad ogni generale trionfatore: “ricordati che sei un uomo, rammenta che sei mortale”.



Stefano Bianchi

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2 Commenti

  1. Parli di Cesare e Giuliano come di due attori inconsapevoli della propria sorte:
    “La loro empietà e l’incapacità di comprendere il linguaggio dei segni che gli Dèi inviarono loro, più volte, come monito, prima della fine terrena”.
    Questa interpretazione stupefacente, che forse in qualche modo nasconde l’approvazione per la cospirazione, non tiene in giusto conto la grandezza degli uomini presi in considerazione. Non è immaginabile un Cesare che indietreggia al cospetto del suo fato o un Giuliano che frena la sua marcia. Proprio nell’accettazione del proprio destino si compie appieno lo stile romano di questi straordinari capi. Cesare, come riporti, era al corrente dei segnali premonitori e così Giuliano. Seguirono comunque la loro strada in obbedienza al destino, compiendo la propria parabola storica. Giulio Cesare venne divinizzato. Inoltre: ben più simile alla vicenda di Cesare appare quella di un Costantino, che conquistò il potere con modalità assai simili.
    Questa tua frase forse dà ragione a quanto dico:
    “Si compiva così il suo destino, segnato già da tempo”.
    Di nuovo: Giuliano era consapevole, la sua sfida era una corsa contro il tempo e l’esito era forse scritto; ma un eroe non può far altro che comprendere e compiere il proprio fato.
    Si tratta di uomini formati sul modello dell’Achille omerico, che sebbene tentasse di rimandare la propria morte, alla fine dovette accettarla e farsene carico perché parte di un disegno più grande.

    • Non è affatto “un’interpretazione stupefacente”, ma un lettura in linea con ciò che gli storici dell’epoca ci hanno consegnato, come ampiamente documentato dalle fonti citate. Non diversamente da coloro che, in epoca repubblicana, disdegnavano gli auspici contrari (gli omina imperii sono uno sviluppo di quelli di età repubblicana) esponendo la comunità alla sconfitta, così empii bellatores come Cesare e Giuliano (di cui non metto in discussione le qualità, soprattutto come condottieri,) decisero di non ascoltare i segni che indicavano l’abbandono divino, dovuto a precise loro violazioni. Come insegnava bene Cicerone i segni non presagiscono il futuro, ma indicano che qualcosa si è rotto nel rapporto uomo-divino. Saperne cogliere il significato è proprio dell’optimus civis.
      Stefano Bianchi
      Stefano Bianchi

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