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Dopo il lancio della campagna «Odiare ti costa», abbiamo cercato di verificare l’autenticità delle promesse che l’ideatrice Cathy La Torre, avvocato e attivista Lgbt, ha divulgato sui principali social network: «L’odio in rete da oggi si paga. Nel vero senso della parola. Sei vittima o testimone di odio in rete? Copia il LINK del post incriminato o dove ci sono i commenti e invialo a odiareticosta@gmail.com. Provvederemo a denunciare e farti risarcire».

In questi ultimi giorni, qualcosa però è cambiato tanto che Cathy La Torre ha cancellato il tweet che aveva lanciato la campagna, quello che nello specifico prometteva il risarcimento alle vittime dell’odio in rete.

Chi odia chi?

Partiamo però dall’inizio della nostra inchiesta. Il giorno successivo al lancio della campagna «Odiare ti costa», Cathy La Torre pubblica un tweet che recita: «Trump, Bolsonaro, Salvini, ora Boris Johnson. Viviamo nell’epoca del maschio etero bianco che oltre ad essere politicamente inadeguato, è fortemente dannoso non appena apre bocca. Che epoca di merda». Un tweet chiaramente discriminatorio contro il «maschio etero bianco» portatore di ogni male, che ho provveduto a segnalare all’indirizzo di posta elettronica indicato dalla campagna, per attestare la serietà dell’iniziativa. La risposta non è tardata ad arrivare. Cathy La Torre ha prontamente eliminato il tweet, salvo addossare la responsabilità ad un suo «collaboratore».

La verità su «Odiare ti costa»

In seguito, abbiamo chiesto delucidazioni direttamente all’ideatrice Cathy La Torre, per capire più dettagliatamente la reale missione della campagna «Odiare ti costa» e il connesso patrocinio legale pro bono, dichiarato dalla stessa, dall’articolo pubblicato dal blog Tempo di Diritti e dall’articolo endorsement di Michela Murgia sull’Espresso.

Dal confronto avvenuto su Twitter è emerso chiaramente che:

  • Alle vittime dell’odio in rete sarà consigliato di rivolgersi ad un «loro legale di fiducia» o «di agire per la mediazione stragiudiziale in proprio».
  • Né Cathy La Torre, né i suoi collaboratori di «Odiare ti costa», si assumeranno direttamente i mandati di patrocinio gratuito, e le consulenze saranno pro bono a loro discrezionalità.
  • Cathy La Torre afferma di non essere mai entrata in una aula del Tribunale penale e di non conoscere il diritto penale (infatti l’avvocato è specializzata in “processi civili affari di volontaria giurisdizione», come si legge nell’Albo dell’Ordine degli avvocati di Bologna).

Quindi la campagna «Odiare ti costa», che era sembrata uno sportello legale per le vittime dell’odio in rete, con un servizio di assistenza legale gratuita che avrebbe poi consentito ai diffamati di essere risarciti in sede giudiziaria, si è trasformata in un semplice sportello informativo, come i molti già esistenti. Il problema ora sarà quello di verificare se questa iniziativa rispetta i parametri del codice deontologico sottoscritto dagli avvocati. Ma questo non spetta a noi.

Forse la cancellazione del tweet, condiviso da centinaia di persone, in cui Cathy La Torre, prometteva «provvederemo a denunciare e farti risarcire», è un indizio sulla reale missione di «Odiare ti costa». Un secondo palese indizio è il post pubblicato il 22 luglio sulla pagina Facebook di Cathy La Torre, poi sapientemente modificato il 26 alle 20:20, proprio mentre era in corso il nostro confronto su Twitter. La rete è portatrice di memoria, non solo d’odio.

Francesca Totolo

6 Commenti

  1. Odiare e’ una cosa, ma non si puo’ negare la liberta’ a una persona che dei froci finocchi e’ schifata,anzi andrebbe denunciato chi ammette questi depravati nelle tv di stato.

  2. a parte che dall’articolo non si capisce perché la “campagna” (in realtà è un’altra cosa) sarebbe “un flop”(http://www.ansa.it/emiliaromagna/notizie/2019/08/01/a-odiare-ti-costa-24mila-richieste_257142ed-d140-4fe0-a8ff-63a437f6b1b1.html), la rivelazione più surreale è questa: “Cathy La Torre afferma di non essere mai entrata in una aula del Tribunale penale e di non conoscere il diritto penale (infatti l’avvocato è specializzata in “processi civili affari di volontaria giurisdizione», come si legge nell’Albo dell’Ordine degli avvocati di Bologna)”. Ebbene? come si capisce fin dal nome, l’iniziativa vuole promuovere, guarda un po’, non cause penali ma cause CIVILI con richiesta di risarcimento danni.

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