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Oscar 2024, siamo onesti: meglio Auschwitz che altra propaganda immigrazionista

by Stelio Fergola
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Oscar 2024 Auschwitz

Roma, 11 mar – Agli Oscar 2024 vince ancora una volta Auschwitz, ma va bene così. Molto meglio così. Viva La zona d’interesse, pellicola britannica che ha ottenuto la statuetta. Per quanto possa dare fastidio il monopolio della tragedia che nel XX secolo è stato conquistato dalla Shoah (mentre altre Shoah odierne come quella palestinese vengono bellamente accettate), con relative giornate della memoria e l’onnipresente ricordo di  tristemente popolare campo di concentramento, onestamente, l’alternativa sarebbe stata quella di subire l’ennesimo rilancio pubblicitario successivo a una eventuale vittoria del film Io capitano di Matteo Garrone: e sarebbe stato infinitamente peggio. Perché avrebbe generato effetti domino culturali ancora più intensi di quelli che siamo costretti a subire quotidianamente, ovviamente sul tema dell’immigrazione perenne, indiscriminata, clandestina o legalizzata che sia. Ed è il caso di dire che ne abbiamo abbastanza.

Altra mitologia immigrazionista? No, grazie

Basta già l’esistenza del film di Garrone a garantire il proseguo di una cultura dominante che non cambia segno sul tema “immigrazionismo buono” contro “anti-immigrazionismo cattivo-razzista-fascista”, peraltro in sintonia con le critiche vivaci al concetto mosse proprio dalle comunità panafricane, spesso ostili al riversamento di milioni di conterranei sul territorio europeo. Siamo costretti a sorbirci quotidianamente la propaganda dell’accoglienza buona che non sfrutta ma salva, non favorisce la distruzione delle famiglie italiane non abbienti ma aiuta “gli ultimi”, ovvero solo gli immigrati, il multi culturalismo da promuovere ad ogni costo pena essere considerati dei biechi egoisti, il dover chiedere scusa per essere bianchi, eccetera eccetera. Ovviamente, anche sul piccolo schermo. Basti pensare alla fiction dell’orrore prodotta dalla Rai qualche anno fa, quel Lampedusa interpretato da un Claudio Amendola impegnatissimo a farci la solita, insopportabile morale. Davvero non abbiamo bisogno anche del super presunto capolavoro che raccolga la prestigiosa statuetta oltreoceano per poi tornare in patria ad autocelebrarsi, portando bene in sella il trofeo del tema che affronta: quello della morte del popolo italiano in tutti i sensi concepibili, culturali in primis.

Auschwitz banale, ma non una questione italiana

L’immigrazionismo tocca l’Italia, Auschwitz, in realtà, no. Certamente, hanno fatto in modo di “farcelo entrare”, e su questo non v’è dubbio, grazie alla storiografia e alla stampa post-bellica in grado di cavalcare sostanzialmente tre fattori: l’odioso atto di Mussolini con le leggi razziali del 1938, con il quale il Duce sostanzialmente creò dal nulla un problema ebraico che non era mai esistito (stanti molti fondatori dello stesso fascismo che erano di religione ebraica); la perdita di una reale sovranità nazionale dopo la fondazione della Rsi; la disfatta militare.

Con il primo è stato facile accoppiare il fascismo e il nazismo e addirittura inventarsi un’ideologia mai esistita, il “nazifascismo”. Con la seconda è risultato altrettanto semplice rendere il fascismo una sottospecie di nazismo sterminatore di ebrei (sebbene fino alla spaccatura successiva all’8 settembre 1943 il regime avesse addirittura protetto le comunità ebraiche dalle deportazioni, nei territori di suo controllo nel contesto della seconda guerra mondiale). Con la terza si è avuto un fattore di debolezza da attaccare, la responsabilità di una guerra persa, a rafforzamento dei primi due punti.

Ciò non toglie che, indipendentemente dalle comunicazioni, Auschwitz non sia una questione italiana. O meglio, che lo sia stata nella misura in cui lo era per tutti gli Stati satellite controllati dalla Germania, ovviamente Rsi inclusa. Ma di nostro c’è molto poco, a parte la sottomissione che il Paese manifestò dopo la tragica data che è sempre bene non nominare due volte nello stesso articolo.  Non essendo una questione italiana nonostante la propaganda incessante (ma la storia di lungo periodo è galante), non potrà mai generare gli stessi danni della cultura immigrazionista. In un certo senso le polemiche degli immigrazionisti cinematografici danno anche un certo gusto.

Stelio Fergola

 

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