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Varese, 27 ottobre – Nell’attesa del ritorno del Faraone, la situazione del centrodestra si presenta – a pochi mesi da importanti scadenze elettorali – piuttosto… mummificata. L’incandidabilità di Berlusconi per effetto della Legge Severino (sulla cui legittimità deve ancora pronunciarsi la Grande Camera della Corte di Strasburgo, che si riunirà il prossimo 22 novembre con deposito della sentenza previsto entro la primavera prossima) avrebbe dovuto rappresentare l’occasione per un avvicendamento nella leadership del centrodestra, non tanto tra le fila forzitaliote – per ovvie ragioni di fedeltà al padre/padrone – quanto piuttosto tra gli storici alleati. I quali, invece, si stanno impegnando per restare nella loro subalternità.



In particolare la Lega Nord, archiviata l’ascesa vertiginosa di Salvini nel 2013, paga da una parte le titubanze interne sulla linea politica (fedeltà ai programmi tradizionali autonomisti nordisti versus apertura su scala nazionale con un programma sovranista) e dall’altra la mancata recisione dei soliti schemi politici; in altri termini, la sicurezza del “posto fisso” supera i timori della scalata (anche se i più recenti sondaggi premiano, pur con uno scarto minimo sopra FI, il partito del Carroccio). In questo senso potrebbe intendersi l’appoggio leghista alla questione di fiducia posta sul “Rosatellum-bis”: scelgano gli altri le regole, l’importante è starci nella prossima legislatura (e, dati alla mano, la Lega ci sta tranquillamente).

Se i sondaggi non lasciano presagire scenari drammatici – FI, Lega e Fratelli  si attestano al momento complessivamente al 35% su scala nazionale – è la povertà di contenuti, che paiono più da rincorsa anziché da corsa, a far dubitare della capacità di questo centrodestra di imprimere una svolta al Paese; è in questo contesto che il brand “Berlusconi” riacquista centralità. Ma è il centrodestra ad essere “ostaggio” di Berlusconi o, viceversa, è la figura di Berlusconi ad essere l’unica vera speranza delle statuine del centrodestra? La domanda sorge spontanea se si abbandona la prospettiva nazionale per calarsi in quella regionale e locale (dove il Cavaliere può poco se non nulla), che rappresentano le basi per la costruzione di un solido progetto politico.

In questo senso i dati parlano chiaro: su 20 regioni, il centrosinistra governa in 15, contro le sole 3 regioni – ancorché di capitale importanza economica, come Liguria, Lombardia e Veneto – rette dal centrodestra (Valle d’Aosta e Trentino-Alto Adige sono guidate da gruppi autonomisti). Uno scarto così netto non può non far riflettere sulle scelte di fondo, sull’organizzazione territoriale, sulla capacità di ascolto della cittadinanza e di sincretismo con essa. Lontano dai periodici appuntamenti elettorali il centrodestra sembra dunque atomizzarsi, rinchiudersi in se stesso, mentre l’aggregazione comunitaria segna il passo in favore dell’intuizionismo individuale.

Volendo approfondire ulteriormente la mappa del voto nelle regioni guidate dal centrodestra la situazione si fa ancor più incerta; soltanto la Liguria garantisce infatti un discreto consenso territoriale (4 città capoluogo, di cui 3 a guida centrodestra; 3 province, di cui una al centrodestra; una città metropolitana, retta dal centrodestra). In Veneto è testa a testa con il centrosinistra (7 città capoluogo, di cui 3 amministrate dal centrodestra; 6 province, di cui 3 al centrodestra; una città metropolitana, guidata dal centrodestra), mentre la situazione è delicata in Lombardia (12 città capoluogo, di cui 9 a guida PD; 11 province, di cui 9 ad esponenti del PD; una città metropolitana, in mano al PD), dove nell’anno venturo si terranno le elezioni regionali.

Ecco allora che il “referendum autonomia” dello scorso 22 ottobre può essere interpretato con una diversa chiave di lettura: saggiare la tenuta elettorale in vista delle prossime elezioni politiche, per cui – com’è noto – il voto regionale rileva nella composizione del Senato (laddove, in assenza del premio di maggioranza, lo scarto dei seggi tra maggioranza e opposizione è risicato ed è pertanto fondamentale per gli equilibri di governo). Oltre alla valutazione dell’appeal del mito fondativo leghista dell’autonomia (tratto distintivo sostanziale rispetto a Forza Italia), è quindi forte il dubbio che il referendum sia stato altresì pensato per comprendere lo stato dell’arte in vista della riconferma di Maroni all’apice della Regione Lombardia e delle chances di seggi del centrodestra nel Senato che verrà. Aspetto che probabilmente è stato valutato anche dagli amministratori locali del PD, i quali in parte machiavellicamente (molti di loro dopo essersi spesi per il “sì” al referendum costituzionale del 2016, che avrebbe ridotto l’autonomia legislativa regionale), in parte politicamente (consci del fatto che l’art. 116, co. 3 della Costituzione non richiede il ricorso alla democrazia diretta, bensì impone alle Regioni a statuto ordinario di consultare previamente gli enti locali prima di richiedere allo Stato centrale le « forme e condizioni particolari di autonomia »; si tenga altresì conto che il regionalismo è un tema storicamente caro alla sinistra, prima ancora dell’avvento leghista), hanno – specialmente in Lombardia – sostenuto il “referendum autonomia”, per la serie: se sarà un flop sarà causa leghista, se sarà un successo i meriti andranno condivisi. Al di là dello specchietto per le allodole della questione autonomia (Maroni regge la Lombardia da cinque anni, Zaia addirittura è al secondo mandato da governatore del Veneto; ci si conceda pertanto un fondato sospetto sul momento in cui è stato proposto il referendum…) e dei festeggiamenti di rito, è l’esito delle urne (partecipazione/astensione, provenienza del voto) ad interessare maggiormente il Carroccio ed il centrodestra in generale, al fine di predisporre l’imminente campagna elettorale.

Tutti i dubbi già sopra espressi relativamente alla capacità di governo di questo centrodestra (capacità che deve essere intesa non tanto in termini di qualità personali e di esperienza, quanto piuttosto di radicamento territoriale e cristallizzazione di un progetto politico) riemergono, a cascata, fino al livello provinciale e comunale: qui è ancor più evidente il disinteresse – vizio fondamentale – a stabilire un sistema di contropotere e di “sindacato popolare”, che funga da trait d’union tra il corpo elettorale e le istituzioni. Ciò emerge in particolare laddove il centrodestra si ritrova all’opposizione: fin troppo spesso ci si illude che possa bastare un carosello nelle piazze una tantum e un periodo brillante in prossimità delle tornate elettorali per uscire dal torpore, forse con la convinzione che la cittadinanza sia talmente fessa e smemorata da ricadere puntualmente nel loop di fiducia e tradimento; le proposte politiche si assottigliano fino ad annullarsi, si riducono alle schermaglie sull’attività altrui ovvero alla contestazione ad personam, classico fumo negli occhi per offuscare la confusione in sé.

È ciò che per esempio accade a Varese, culla leghista, dove dopo 23 anni ininterrotti di centrodestra l‘amministrazione cittadina si è colorata di “rosso” a 65 anni dall’ultima volta. Trascorso un anno dallo shock delle urne, le cause della batosta sembrano ancora lontane dall’essere state comprese. Da un lato il centrodestra “di opposizione” si è posto in modo puramente reazionario nei confronti del nuovo primo cittadino (l’unico argomento politico e l’unico collante sembra essersi condensato nello slogan #galimbertigohome, dal nome del Sindaco piddino), ma d’altronde bisognerebbe sorprendersi del contrario, data la sterilità di visione d’insieme e di soluzioni che avevano contraddistinto già l’ultimo mandato a guida leghista. Dall’altro, non è stata ancora risolta l’annosa questione del ricambio generazionale nella classe dirigente, che aveva già costretto (nel frattempo la situazione si è sedimentata) ad affidarsi ad elementi della “società civile” che, lungi dal rappresentare un canale di apertura e di immissione di nuove forze nella politica, è il paravento per mascherare le inadeguatezze interne ai gruppi; ecco un’altra deficienza assai diffusa nel centrodestra: si allevano solo fiduciari di un certo referente politico anziché “macchine da guerra” politica in erba.

Se ne evince che ad essere sconfitta è la qualità del dibattito politico, che pare tuttavia continuare ad essere la preoccupazione minore rispetto al gioco ragionieristico della somma e della differenza dei voti: il “carrozzone” dei grandi e piccoli gruppi diventa quindi un valore in sé, che separa i “responsabili” dalle “teste matte”, senza considerare che sono proprio queste a cambiare i paradigmi e a riscrivere le pagine della storia politica.

Una volta accantonata l’idea della politica come l’arte della sopravvivenza per sposare l’idea dell’arte dell’immaginazione, dell’ardimento e delle sfide sarà naturale far scivolare in secondo piano il curriculum vitae, il vitalizio e gli scambi di favore per liberare nuovamente la forza dei miti e dei simboli. In fondo ciò di cui questo centrodestra manca è volontà di potenza.

Stefano Beccardi



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1 commento

  1. …il ”furbetto” che sogghigna con gli occhietti da cinese( a forza di lifting )chiusi, ha come figlioccio, dichiarato, il Renzi…Dove cavolo volte te che vada il centodestra? Alla malora…..

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