Roma, 5 nov – Professori bullizzati dagli alunni. Non può considerarsi una casualità, visto di episodi ce ne sono stati diversi, e in poche settimane, da Nord a Sud. In una occasione il docente ha reagito malissimo e in modo non difendibile. Ma se guardiamo al quadro generale, a uscirne peggio sono gli studenti, in un contesto che però, resta complesso e afferisce anche alla scarsissima preparazione e personalità di molti – anche se non tutti – i professori.

Professori bullizzati dagli alunni

Ovviamente, non si può giustificare il professore di Pontedera, che ha perso evidentemente la testa, ma come talvolta la perdono tanti ragazzi bullizzati da altri ragazzi, dunque è impossibile ignorare la “ratio” del gesto di per sé. E la “ratio” sta nel fatto che venire presi di mira addirittura dagli studenti rappresenta un fenomeno in ascesa. Che poi, se allarghiamo il campo, la reazione scomposta del docente nel pisano da questo punto di vista è addirittura un’eccezione. Perché a Bari e a Rovigo sono stati gli alunni non solo a bullizzare, ma anche ad aggredire fisicamente i professori. Il quadro generale, dunque, è piuttosto chiaro: e sarebbe disonesto intellettualmente considerarlo pendente dal lato dei docenti. Singolare e inattesa la risposta della madre del ragazzo di Pontedera, che non ha dato ragione al figlio, anzi: “Mio figlio non è una vittima. Ha sbagliato quanto l’insegnante. E l’ho detto anche a lui”. Una posizione di buon senso, di equilibrio, che va elogiata perché coglie un punto che non possiamo permetterci di ignorare, se vogliamo ricostruire una scuola più giusta, in cui insegnanti e studenti collaborino proficuamente e in cui i secondi – ci si permetta di sottolinearlo – si dimostrino disponibili a imparare ciò che gli adulti dovrebbero insegnargli.

Ma come si può educare in queste circostanze?

Beninteso che il tema è complesso (perché a loro volta i professori sono “in caduta libera” in quanto a qualità della preparazione, da decenni), la domanda sorge spontanea: ma come si può “insegnare” in queste condizioni? Senza avere uno straccio di autorità, senza che gli alunni vedano nell’insegnante la figura che deve loro indicare la strada, formativa e culturale quanto pedagogica? Considerandoli alla stregua di loro coetanei e male, perché non si può dimenticare quanto il bullismo verso altri ragazzi sia ugualmente gravissimo nonché una piaga sociale da affrontare con la massima serietà (ma anche in questa sede entra in gioco la necessità che ai professori venga riconosciuta un’autorità, pure per contrastare il fenomeno)?

La verità è che ci troviamo nella classica situazione del cane che si morde la coda: la distruzione della scuola come autorità e formazione ha generato nei decenni dei professori – che non dimentichiamocelo, un tempo erano studenti – spesso deboli. Al tempo stesso ha formato generazioni di ragazzi incapaci di riconoscere l’autorità degli adulti con l’ovvia conseguenza di farne ciò che più loro aggrada. Chiaramente, è difficile se non impossibile pensare che la maggioranza degli studenti si comporti come i bulletti di Pontedera, Bari o Rovigo. Ma già il fatto che costituiscano una minoranza nutrita è da considerarsi un fatto di una gravità non indifferente. Serve riavviare una dinamica virtuosa. E per farlo è necessario che la scuola riprenda a formare alunni rispettosi che saranno a loro volta i rispettosi professori del domani: e così via.

Stelio Fergola

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