zilliPavia, 5 nov – Emanuele Zilli: un nome come tanti, un nome come pochi, un nome che si perde nel vento dell’eternità. Per molti anni la vicenda umana e politica dell’attivista missino, morto il 5 novembre del 1973 dopo tre giorni di coma, è rimasta nebulosa leggenda a cui nessuno ha voluto mettere il punto alla fine della frase. In questa giornata, alle porte dell’inverno padano, l’Associazione Culturale Recordari commemora con un corteo per le vie di Pavia l’attivista Zilli, ucciso dall’odio politico degli anni ’70.

La vita nella città longobarda è sempre scivolata placida sulle rive del Ticino. Vicina, ma allo stesso tempo lontana dalla modaiola Milano la città del tenore Gaetano Fraschini ha sempre preferito specchiarsi nella sua natura borghese, affascinata dell’eccellenze dell’Università locale e dal polo ospedaliero del San Matteo. Ma 40 anni fa Lotta Continua trovò nella seconda Roma uno dei suoi punti cardinali e per chi faceva politica tra le file del Movimento Sociale Italiano il livello di guardia doveva essere sempre alto. Capitò, la sera del 10 dicembre 1972, che antifascisti e fascisti si scontrarono in Piazza Grande, l’attuale Piazza della Vittoria. Da una parte il solito blocco rosso, dall’altra Emanuele Zilli, Marco Noè, Romano Febbroni e Flavio Carretta responsabile cittadino del Fronte della Gioventù. Lo scontrò diventò intenso e Noè, per non rimanere sopraffatto, sparò con una pistola ad aria compressa ferendo Carlo Leva, ad un gomito, giovane facente parte del partito comunista marxista-leninista. Emanuele Zilli venne ricoverato al Policlinico per le gravi percosse ricevute, successivamente trasferito a San Vittore perché fu aperta un’inchiesta sulla sparatoria. I due pesi e le due misure della giustizia all’italiana.

Proprio sul volgere del 1972 inizia la tragedia che si consumò il 5 novembre dell’anno successivo. Zilli continua la sua vita con la moglie Giuseppina accudendo le due figlie Patrizia e Vincenza. Lavora alla Bertani e nonostante gli scontri di piazza non china la testa, la sua attività di sindacalista per la Cisnal non cessa, anzi continua furente nonostante le aggressioni subite, anche, sul posto di lavoro. Il clima in città si fa sempre più pesante. I muri di Pavia recitano minacce inequivocabili contro il giovane attivista nato in Abruzzo ed emigrato al nord per dare un futuro alla sua famiglia. Proprio il 2 novembre del 1973 Zilli esce da lavoro verso le 18:30. La serata è pavese, nebbia e la luce che ha salutato ormai da un’ora abbondante. Sale in sella al suo motorino e dopo pochi metri lo ritrovano riverso al suolo. Nessuno ha mai voluto andare fino in fondo a questa storia, nessuno ha mai voluto fare luce sul caso, eppure le anomalie furono infinite. Dalla doppia frattura cranica incompatibile con un’ipotetica caduta, in solitaria, dal ciclomotore, fino all’occhio pesto e al graffio sotto il mento riconducibile ad un orologio o al cinturino di un eskimo. Pavia doveva rimanere vergine, non poteva sporcare la sua veste, e allora l’omicidio fece perdere le sue tracce tra le perizie di Giovanni Pierucci.

Per tutti questi motivi l’Associazione Culturale Recordari questa sera, partendo da Piazza del Municipio fino ad arrivare a via Scapolla, laddove morì Zilli, attraverserà la città per ricordare un martire della politica italiana. Nella conferenza organizzata dal sodalizio pavese, qualche settimana fa, dal titolo “Emanuele Zilli – Storia, Vita e Lotta” a cui hanno preso parte il vice-presidente dell’associazione Daniele Villani, Stefano Vaglio Laurin, colui che riaccese la luce sul caso una quindicina d’anni fa, e Guido Giraudo è emerso un aspetto fondamentale, quello del ricordo. Giraudo rivolgendosi al pubblico lo ha invitato a conservare il seme della memoria, il seme che deve essere salvato per continuare la lotta politica anche nel nome di chi non c’è più.

“Son le voci dei caduti che indicano la via”. ZetaZeroAlfa, Arremba sempre.

Lorenzo Cafarchio

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