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Roma, 28 ott – La figura del Marchese di Pietraforte Massimiliano Savelli Palombara, nato a Roma nel 1614, è avvolta nel mistero già dalla sua infanzia: infatti, non esistono molte informazioni relative alla sua educazione e alla sua istruzione. Solo dalla sua appartenenza all’alta aristocrazia romana e dalle passioni che egli avrà per tutta la vita, si può dedurre la sua formazione prettamente classica, che lo conduce ad appassionarsi alla filosofia e ai testi antichi.
Il suo nome è indissolubilmente legato a quelli della Regina di Svezia e di Giuseppe Francesco Borri: i tre, appassionati di alchimia, ermetismo e medicina – aspetti culturali del Seicento, fra di loro imprescindibili – svolsero tutti un ruolo nella costruzione della decisamente più famosa, ma altrettanto più misteriosa Porta Magica.
Massimiliano Savelli Palombara, difatti, allestisce un ambiente nella propria villa, simile a quello che aveva allestito a Palazzo Riario la Regina Caterina, adibito a luogo di studio. Egli inizia, quindi, a studiare su testi antichi con lo scopo di praticare esperimenti con i metalli e di comprendere le funzioni delle erbe officinali. Si dedica, inoltre, alla ricerca delle virtù magiche delle pietre e dei minerali, ispirandosi alle opere di Plinio Il Vecchio, autore che il egli stesso cita come fonte all’interno delle proprie opere letterarie. Come ogni alchimista che si rispetti, anche il marchese di dedica, soprattutto, a quegli esperimenti che avrebbero dovuto condurre alla pietra filosofale, ossia la più nota delle pietre, che ha la facoltà di trasformare normali metalli in oro.
Questa stanza era, ovviamente, aperta anche all’amico Giuseppe Francesco Borri, il quale, secondo la leggenda, trova la formula della pietra filosofale e fugge lontano, lasciando, come prova della sua scoperta, qualche pepita d’oro e gli appunti da cui aveva ricavato la formula per ottenerla.
A questo punto, Massimiliano Savelli Palombara fa iniziare la costruzione della sopracitata Porta Magica: essa è costituita da un architrave, che reca il sigillo di Salomone, il quale sarebbe il simbolo dell’unione tra il mondo spirituale e quello reale; al sigillo si sovrappone la cosiddetta “Stella di David”, situata in un cerchio su cui poggia una croce. Sugli stipiti, invece, da sinistra a destra, troviamo il processo di alterazione del piombo in oro, costituito dalle formule lasciate dal Borri: probabilmente, il marchese spera che qualche passante sappia interpretarle. Ciò è testimoniato dalla frase “si sedes non is”, che può significare “se siedi non vai” oppure “se non siedi vai”.
Oggi, la Porta Magica, dopo varie peripezie riguardanti la sua collocazione, si trova nei pressi della chiesa di Sant’Eusebio, nell’attuale Piazza Vittorio Emanuele. Resta l’unica testimonianza architettonica della tradizione alchemico-ermetica occidentale, sebbene nella frenesia che percorre la città di Roma, nessuno badi più a questa particolare porta di pietra.
Federica Ciampa

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