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Roma 6 apr – C’è un’espressione romana, riportata da più siti internet, che ahimè, io nata e cresciuta nella città dei Cesari non ho mai sentito pronunciare “dal vivo” ed è la seguente: “Noi romani l’aria der me ne frego, l’avemo avuta concessa da Cristo”. E’ molto bella ed evocativa e viene spesso inclusa in vari elenchi di “proverbi” romaneschi. Tuttavia, non mi è mai capitato di ascoltarla in un bar, in una trattoria, a scuola o in fila alle Poste. Mi piace comunque cominciare da questa espressione perché, a modo suo, racchiude lo spirito della “ruganza” romanesca che a sua volta connota molti altri modi di dire “veri”. Racchiude il “Popolo, sei na monnezza!” pronunciato da Alberto Sordi nel film Nell’anno del Signore di Luigi Magni, e dunque l’indolenza del popolo romano che ne ha viste tante senza battere ciglio, ma anche la saggezza con cui affronta i capovolgimenti storici – come quelli quotidiani – con ironia e semplicità.

Per chi vive a Roma, speriamo che ritroviate i modi di dire dei vostri nonni, o semplicemente vostri. Per chi “chiama da fuori Roma”, invece, questo piccolo elenco potrebbe diventare un vademecum di filosofia “zen” capitolina. I nostri proverbi non saranno poetici come quelli giapponesi, ma oltre ad aiutare a scrollarsi di dosso una difficoltà, strappano spesso una risata.

5) “In culo te c’entra, in testa no”

Doverosa premessa. I proverbi romani possono – anzi sembra quasi debbano – essere volgari. Questo modo di dire, nello specifico, tratta di un tema caro al regista Michelangelo Antonioni: l’incomunicabilità. Tale proposizione viene rivolta a chi capisce un concetto solo con le “cattive” e mai con le “buone” – con buona pace delle censure Lgbt, l’introduzione a forza di un oggetto nella cavità anale dai nostri avi veniva ritenuta una procedura dolorosa ma, infine, adatta all’uopo. Se Freud sosteneva che i traumi in realtà accrescano la capacità di rimozione del ricordo dell’evento nel cervello umano, pare proprio che il popolo romano la pensi diversamente.

4) “Omo de panza, omo de sostanza”

Ora viviamo in un’epoca di influencer. Qualche sadico si diletta nel fotografare i suoi pasti a base di insalate con avocado, oppure gode nel riprendersi mentre compie gesti sconsiderati, come gli allenamenti di Crossfit. Un tempo non era così: un tempo l’uomo faceva lavori di fatica e la sera voleva mangiare – per davvero. Arrivato a un certo punto della sua vita, avrebbe infine guadagnato la sua medaglia al valor civile: la panza. La cucina romana si sa, ha ben poco di macrobiotico. Il “quinto quarto” (frattaglie, interiora, coda, zampe, tutto ciò che è commestibile e che sia “fuori” dai tagli nobili di carne) scolpiva come un Fidia proteico il fisico degli uomini romani. L’uomo “con la panza” è quindi reale, concreto, maschio e affidabile. Vi sia da monito per la prossima prova costume: la panza è l’essere contro l’apparire.

3) “Chi mena pe’ primo mena du vorte”

Storicamente, i Romani sono un popolo bellicoso. Che si tratti di fondare un Impero o di farsi reggere da quattro amici per uno sguardo bieco dopo aver bevuto un bicchiere di troppo (da qui il celebre “mò perché me stanno a regge” che ha salvato tante reputazioni da “bullo”) la violenza fa parte del nostro dna. Allo stesso modo, parrebbe la tattica. Questo proverbio non è altro che un reboot in salsa vaccinara del “nobile” Si vis pacem, para bellum. Attaccare per primi per avere la sicura vittoria e stabilire il proprio dominio, vale per le botte “fisiche” come per i duelli mentali – anche se è improbabile che la saggezza popolare prenda in considerazione la seconda ipotesi.

2) “Morto un Papa se ne fa sempre n’antro”

Lo ammetto a malincuore ma oggi, e per tanto tempo nella Storia, chi c’è stato di più importante del Pontefice a Roma? Praticamente, nessuno. Massima espressione del potere temporale – e per un certo “periodo”, anche secolare – la sua figura è associata all’idea stessa di Roma. E nonostante questo, nonostante il Papa e la sua autorità, morto uno, se ne fa un altro. Ovvero: tutti sono utili, nessuno è indispensabile. E l’importanza che attribuiamo a una persona, qualora questi sparisse, ci abbandonasse, ci tradisse, può tranquillamente essere traslato a qualcun’altro. Se alcuni ci vedono un’espressione dell’ineluttabilità del “potere” sul popolo, altri ci leggono un concetto di estrema “democrazia” e di buonsenso.

1)”A chi tocca nse ‘ngrugna”

La vita è fatta di vittorie e sconfitte, l’ali fortuna è una ruota che gira e prima ci si rassegna, meglio è. E quando la parte “sfigata” della medaglia tocca a noi, inutile stare a piangere. La saggezza popolare ci consiglia di non “ingrugnarci”, non mettere su il grugno, la faccia cattiva. Meglio fare buon viso a cattivo gioco, per trovare un equipollente tricolore del colorito romano. Probabilmente è il proverbio più “zen” di tutti quelli elencati, che in poche parole racchiude tutta una filosofia di vita. NellEneide di Virgilio, la frase Audentes fortuna iuvat (la fortuna aiuta gli audaci) è pronunciata da Turno, re dei Rutuli della città di Ardea, per incoraggiare i suoi uomini nell’estremo attacco all'”invasore” Enea. Vista la fine che ha fatto Turno, forse era meglio essere meno audaci e più prosaici. Quando la fortuna non ti sorride, sorridile tu.

Ilaria Paoletti

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