Roma, 27 ott — Quote rosa aperte ai trans, cioè a uomini che si percepiscono donne: ovvero, come parassitare un’istanza femminista per favorire, di fatto, i maschi sfruttando il cavallo di Troia dell’uguaglianza di genere e dei diritti Lgbt. L’ideona arriva dalla civile ed inclusiva Gran Bretagna, in concomitanza con l’entrata in vigore di una norma che impone alle grandi aziende di comunicare il numero di donne presenti nel consiglio di amministrazione. Ad avanzare la proposta è stata la Financial conduct authority (Fca, autorità per la condotta finanziaria) l’organismo per la tutela dei consumatori e il controllo della concorrenza e i mercati finanziari.



La Gran Bretagna propone le quote rosa per i trans

Secondo quanto riportato dal Times, La Fca avrebbe suggerito una quota minima di presenza femminile nei Cda con almeno una posizione di vertice; e al contempo avrebbe estratto dal cilindro l’idea che in questa percentuale vengano conteggiati anche i trans, cioè gli uomini che si identificano con il sesso opposto. Penalizzando, quindi, le donne vere, le prima che in teoria dovrebbero beneficiare del sistema delle quote rosa. La proposta della Fca è a firma di Sheldon Mills, il quale, oltre che a essere tra i vertici dell’ente, è — guarda caso — anche dirigente della potentissima organizzazione Lgbt Stonewall. I conti tornano.

L’idea di condizionare le aziende ad agire secondo regole pensate in conformità con i capricci dei tipi di Stonewall è contrario alle leggi vigenti, puntualizza il Times. «l’Equality Law del 2010 riconosce solo il sesso legale, non l’identità di genere, e non esiste nella legge britannica il diritto di autodichiarare il proprio sesso». Dunque, «le linee guida della Fca rischiano di mettere in rotta di collisione le compagnie coi loro dipendenti che hanno caratteristiche protette sulla base delle leggi sull’uguaglianza esistenti, i quali potrebbero sostenere che i loro diritti sono stati violati».

Cristina Gauri

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Classe 1977, nata nella città dei Mille e cresciuta ai piedi della Val Brembana, dell’identità orobica ha preso il meglio e il peggio. Ex musicista elettronica, ha passato metà della sua vita a fare cazzate negli ambienti malsani delle sottoculture, vera scuola di vita da cui è uscita con la consapevolezza che guarire dall’egemonia culturale della sinistra, soprattutto in ambito giovanile, è un dovere morale, e non cessa mai di ricordarlo quando scrive. Ha fatto uscire due dischi cacofonici e prima di diventare giornalista pubblicista è stata social media manager in tempi assai «pionieri» per un noto quotidiano sabaudo. Scrive di tutto quello che la fa arrabbiare, compresi i tic e le idiozie della sua stessa area politica.

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