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better call saulRoma, 10 apr – “E allora, com’è Better call Saul?”. I fan di Breaking Bad se lo chiedono ormai da settimane. Piccola legenda per chi avesse vissuto su Marte dal 2008 a oggi: Breaking Bad è la serie televisiva statunitense ideata da Vince Gilligan e trasmessa dall’emittente via cavo statunitense AMC dal 2008 al 2013. Per essere ancora più chiari: si tratta probabilmente della serie televisiva migliore di tutti i tempi.

Better call Saul è il suo spin-off, ovvero la serie basata su uno dei suoi personaggi, l’avvocato Saul Goodman, azzeccagarbugli esperto di inciuci, truffe e conoscenze poco raccomandabili.

Il primo episodio della nuova saga è andato in onda per la prima volta negli Stati Uniti l’8 febbraio scorso. L’ultimo della prima stagione (la rete ha già deciso di rinnovare la serie per una seconda stagione di 13 episodi) è stato trasmesso a Pasquetta, sempre negli Usa.

Fra i fan italiani delle gesta di Walter White, il protagonista della serie madre, l’attesa è spasmodica. E allora, com’è Better call Saul? La prima risposta è che se avete amato Breaking Bad, amerete anche questo suo parto collaterale, esattamente come un tossico in crisi d’astinenza va in sollucchero anche per roba molto meno buona di quella a cui era abituato, a patto che gliene ricordi le sensazioni.

Ma il punto è proprio questo: la roba è indubbiamente meno buona. All’inizio tiene botta, ma dopo qualche puntata il fiato si fa better call saulcorto.

Ovviamente viaggiamo sempre su standard altissimi, che tutti i 1992 del mondo possono solo sognarsi, con un cast eccezionale, su cui spiccano non solo il protagonista, Bob Odenkirk, ma anche il sempre gigantesco Jonathan Banks, nei panni del killer Mike Ehrmantraut, e Michael McKean, che dà il volto a Chuck McGill, il fratello di Saul (il cui vero nome, con cui viene chiamato per tutta la serie, è James McGill).

E allora qual è il punto? Il punto è che Breaking Bad ha una spina dorsale, un tema forte che fa da architrave a tutta la serie: è la storia di un timido professore che dopo aver scoperto di avere un cancro si mette a spacciare metanfetamina per pagarsi le spese mediche. La serie ci fornisce poi le risposte a tutte le domande del caso: come gestire la sua normalissima famiglia insieme al suo sordido nuovo lavoro? Come rapportarsi con il mondo di drogati, pusher, trafficanti e killer? Come sfuggire alla polizia?

Better call Saul imbocca invece tante strade senza andare in fondo a nessuna di esse: è la storia di un imbroglione che si redime, del complesso rapporto tra un avvocato famoso ma malato e suo fratello, anch’egli legale ma di infimo ordine, di una banda di narcotrafficanti con una propensione al sadismo, di un ex poliziotto con un segreto nel suo passato, di un amministratore corrotto che nasconde goffamente la sua refurtiva, di una causa milionaria a una casa di riposo che raggira i suoi clienti. Better call Saul è un po’ di tutto ciò senza essere pienamente nulla di tutto ciò.

In più c’è la morale. Nel senso che nella nuova serie subentra la pesantezza del percorso di redenzione. Breaking Bad era fenomenale proprio per la sua amoralità. La logica di Walter White è drammaturgica, non morale: come devo vestirmi, parlare, agire per costruire il mio impero del male? Ciò che conta è solo saper stare nella parte. In Better call Saul, invece, sono gli scheletri nell’armadio a smuovere la trama. C’è sempre un peccato da espiare. È la morale, il punto debole. La Circe dei filosofi, la chiamava Nietzsche. Da oggi è anche la Circe degli sceneggiatori.

Adriano Scianca

(articolo apparso su Libero del 9 aprile)

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