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impero-romano-2012Roma, 2 lug – Brevissima premessa: credo sia evidente la constatazione che agiografia e demonizzazione siano solo in apparenza atteggiamenti antitetici; in realtà ‘corre’ tra loro una segreta ‘complicità’, una nascosta solidarietà. In entrambi i casi, difatti, ad essere sacrificata è la reale conoscenza di ciò che è appunto oggetto o di entusiastica approvazione o di incondizionata condanna. Qui intendo mettere in discussione l’immagine apologetica, presente anche nell’ambiente ‘anticonformista’, della romanità come ‘forza’ sempre e comunque integrante, aperta, inclusiva. Che ci sia del vero in questa visione della romanità è cosa talmente scontata che non penso richieda ulteriori conferme. Ciò non toglie però che la realtà storica sia, more solito, ben più complessa e sfumata, in breve, del tutto refrattaria ad essere ingabbiata in semplificazioni consolatorie (agiografiche, come in questo caso, o demonizzanti, è lo stesso).



Ora, al riguardo, l’aspetto di gran lunga più significativo, e che fa loro onore, è scoprire come siano stati gli stessi Romani a dare voce ai loro critici più intransigenti. Cioè, si badi bene, qui non si è trattato di dar voce al semplice ‘altro da sé’, quasi come se ci si trovasse di fronte a uno sguardo meramente etnografico, mosso da generica curiositas o magari anche da sincero interesse per l’estraneo, ma piuttosto di concedere spazio e parola a degli implacabili contestatori della romanità e del suo sistema di potere e di valori. Questo sentimento antiromano ha trovato espressione in quelli che sono stati definiti i “quattro manifesti di denuncia”[1] dell’espansionismo romano. Vale a dire la lettera di Mitridate ad Arsace, inserita da Sallustio nelle sue Historiae IV, 69, il discorso di Critognato riportato da Cesare nel De bello Gallico VII, 77, il celebre discorso di Calgaco riportato da Tacito nell’Agricola 30-32, e infine il discorso (redatto in forma indiretta) di Mitridate nell’epitome di Giustino, Historiae Philippicae XXXVIII, 4-7.

Nella lettera ad Arsace[2], Mitridate indica con chiarezza i motivi che muovono alla guerra i Romani: una “smisurata brama di dominio e di ricchezze” (“cupido profunda imperi et divitiarum”). È la cupiditas, insomma, e non alte ragioni ideali, a spingere Roma a conquistare paesi e popoli (“latrones gentium”, vengono definiti nella lettera i Romani dal re del Ponto). Prima ancora di Sallustio, è Cesare a riconoscere le ragioni degli avversari di Roma. Nel discorso del nobile arverno Critognato emerge, oltre alla irrefrenabile tendenza al dominio di Roma (“Romani […] quid volunt, nisi […] aeternam iniungere servitutem?”), una critica a mio parere ancor più essenziale, ossia la perdita del proprio diritto e delle proprie leggi (“iure et legibus commutatis”) dovuta all’assoggettamento totale a Roma, come dimostrava l’esempio vicino della Gallia Narbonense.

Chiudo queste brevi note col discorso del nobile caledone Calgaco. L’atto di accusa è durissimo: “predatori del mondo” (“raptores orbis”), i Romani sono i soli che bramano il possesso di ogni cosa, ricca o povera che sia, e definiscono falsamente impero il rubare, il massacrare, il rapinare, tanto da chiamare, altrettanto falsamente, pace il deserto da loro creato (“Auferre, trucidare, rapere falsis nominibus imperium, atque ubi solitudinem faciunt, pacem appellant”). È un passo fondamentale, perché smaschera l’uso ‘ideologico’ di parole nobili come ‘pace’ e ‘impero’, volte a nascondere quella che è solo una brutale opera di conquista. Ovviamente ad ognuna di queste accuse gli stessi autori che le hanno riportate hanno risposto. Restano però come testimonianza di un ‘lato oscuro’ della romanità che nessuna lettura apologetica potrà mai davvero cancellare.

Giovanni Damiano

 

[1] G. Zecchini, Storia della storiografia romana, Laterza, Roma-Bari 2016, p. 88.

[2] Accuse sostanzialmente identiche ritornano nel discorso presente nell’epitome di Giustino, cioè nel compendio fatto forse tra la fine del IV e gli inizi del V secolo e.v. da Giustino dell’opera di Pompeo Trogo risalente al periodo augusteo.

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3 Commenti

  1. Non mi pare strano che i colonizzati si lamentassero.
    Resta il fatto che è una totale scemenza quella di Calgaco, secondo cui i Romani portassero “solitudinem”. Suvvia, Calgaco.

  2. Al di là dei soliti giudizi ‘trancianti’, che lasciano il tempo che trovano, bisognerebbe al limite dire “suvvia, Tacito”, e addebitare sempre al suddetto Tacito la “scemenza” di cui sopra…

  3. Sarei tentato di scrivere un libro solo per smentirti. Ma scriverò soltanto una cosa: se vai in giro per il mondo e trovi strade, fogne, scuole, tribunali, teatri, gente che sa leggere cio che scrivi, ect, lo devi “all’imerialismo” di Roma.

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