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RomaRoma, 15 ago – Ecco come Machiavelli nelle sue Istorie fiorentine racconta la congiura di Stefano Porcari: “e giudicò non potere tentare altro, che vedere se potesse trarre la patria sua di mano de’ prelati e ridurla nello antico vivere”. Abbattere il potere temporale dei papi e restituire Roma alla Libertas repubblicana: questo il sogno di Stefano Porcari, infranto nel gennaio del 1453 e conclusosi con l’impiccagione dell’umanista e patrizio romano sul più alto torrione di Castel Sant’Angelo, affinché tutta la città lo vedesse. Così descrive la scena il cronachista Stefano Infessura: “et veddilo io vestito di nero in iuppetto et calze nere pennere quell’huomo da bene amatore dello bene et libertà di Roma”. Queste invece le ultime parole pronunciate da Porcari sul patibolo: “o populo, ogi muore il liberatore della tua patria”.

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In effetti, tutto il progetto politico di Porcari era incentrato su una parola chiave: libertà. Un ideale, quello della libertà, già presente nelle orazioni pronunciate da Stefano a Firenze, in qualità di capitano del popolo, nel biennio 1427-’28, dove la libertà del regime repubblicano fiorentino veniva esaltata in implicita polemica con la condizione servile e ingloriosa in cui versava la Roma dei papi, e che si rifaceva, per riprendere le parole di Machiavelli, all’“antico vivere”, ma nel modo peculiare dell’Umanesimo: non già ritorno al mondo classico ma suo nuovo inizio.

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Un ideale di cui sono una prova inequivocabile le stesse parole fatte inscrivere da Stefano su una serie di vessilli e persino sul vestito che avrebbe dovuto indossare il giorno della congiura: Libertas, Senatus Populusque Romanus, Liberator Urbis, Summa Libertas, Libertatis Institutor. Mentre “viva il populo et libertà!” doveva essere il grido con cui chiamare a raccolta la popolazione romana durante lo svolgimento della congiura.

Naturalmente, la propaganda filopapale ha tentato da subito di screditare Porcari, accusandolo di essere un nuovo Catilina, interessato solo ad arricchirsi e ad aspirare a un potere personale, insomma a voler diventare il nuovo, ricco, ‘signore’ di Roma. Ma inutilmente. Non a caso, Anna Modigliani, forse la maggiore studiosa della congiura, ha messo in luce, a testimonianza dell’autenticità del progetto repubblicano di Porcari, la linea di continuità che unisce i fatti del 1453 alla rivolta del 1434, quando, seppur per pochi mesi, a seguito della cacciata del papa dell’epoca, Eugenio IV, nacque la res publica Romanorum. Così, nel breve volgere di due decenni, si consumarono gli ultimi tentativi del repubblicanesimo comunale romano1. I giorni di febbraio del 1849 erano ancora lontanissimi…

Giovanni Damiano

1 Non rientrando, a mio parere, in questa specifica tradizione la, oltretutto solo presunta, ‘congiura’ antipapale organizzata nell’ambiente dell’Accademia Romana, in cui furono coinvolti, tra gli altri, umanisti come Pomponio Leto e il Platina. Per una efficace differenziazione tra il repubblicanesimo di Porcari e il vero e proprio ‘paganesimo’, d’impronta principalmente religiosa e culturale e quindi privo di velleità politiche, dell’Accademia Romana, si veda lo scritto di Sandro Consolato, Leon Battista Alberti e la Tradizione Romana, uscito sul n° 20, anno 2005, della rivista La Cittadella.

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6 Commenti

  1. Primato Nazionale, organo ufficiale del Partito Radicale, non fa soste nemmeno a ferragosto con i suoi deliri masso-pagani….

  2. Mi è stato segnalato (non avendo il sottoscritto una pagina FB) un interessante commento a questo mio scritto sulla pagina FB del Primato, sulle differenze tra questo repubblicanesimo umanistico e ‘romano’ col repubblicanesimo di Savonarola. E’ una giusta osservazione. Quello di Savonarola, in estrema sintesi, è un repubblicanesimo che se pure guarda alle istituzioni veneziane, è comunque e innanzitutto fondato sulla profezia e sul millenarismo, testimoniato dalla volontà di Savonarola di fare di Firenze una ‘Nuova Gerusalemme’ e dei fiorentini un ‘novus Israel’. Quindi direi che tra i due repubblicanesimi c’è una differenza nettissima.

  3. Non conoscevo la figura di questo personaggio e ringrazio pertanto di ciò l’Autore.
    Soltanto un breve appunto: non è che da una prospettiva Tradizionale, l’Umanesimo conservi al suo interno istanze tradizionali soltanto in parte? Veri i richiami al mondo classico imperiale (da appurare comunque quanto fossero pose estetizzanti o atteggiamenti artistico-culturali e quanto invece ipotesi progammatico-politica) ma non vi fu anche e soprattutto egocentrismo, individualismo, antropocentrismo ed atomizzazione periferica delle entità statuali? Ovvero soffocamento di qualsiasi ipotesi trascendente rispetto al mondo fisico, rigetto della mistica, spirito faustiano come rigetto del mondo magico e dunque i semi dell’Illuminismo? Voglio dire, il celebre giudizio forse un pò conservatore che “rispetto al Medioevo il Rinascimento fu invece la morte di molte cose”, potrebbe in parte attagliarsi a quest’innovazione nella storia d’Europa?

  4. Io non parlerei di ‘pose estetizzanti’. Porcari ad es. rientra in una tradizione di ripresa della classicità che risale perlomeno al XII secolo, come ho cercato di mostrare con questi tre scritti, e che ha conferme autorevoli e certo non di parte comunale, come quella di Ottone di Frisinga nel suo ‘Gesta Friderici’.
    Per il resto, l’Italia era frammentata già dai Longobardi in poi, quindi non capisco il senso dell’osservazione. Anzi, in pieno Rinascimento nacque la Lega Italica, primo esempio di alleanza tra tutti gli Stati italiani.
    Delle accuse di marca tradizionalista al Rinascimento me ne sono occupato in un apposito scritto uscito in un volume delle Ar. Qui mi limito a dire che le reputo, nella sostanza, infondate.

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