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Nel giorno della festività di mezzo agosto, ricordiamo il genio e numen di Cesare Ottaviano Augusto

by La Redazione
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AugustoRoma, 15 ago – Anno 32 a C. Chiunque si fosse trovato a passeggiare per Roma nei pressi del Circo Flaminio quel giorno (non ci è noto con precisione, ma lo possiamo situare agli inizi di ottobre), avrebbe riconosciuto l’allora console Cesare Ottaviano; e ne avrebbe notato il costume tradizionale e liturgico ad un tempo, proprio di un collegio sacerdotale: la toga praetexta composta di lana bianca, con il bordo color porpora. Un segno distintivo, però, lo avrebbe identificato come membro del gruppo dei Feziali (quelli che per comodità espositiva, potremmo definire come i sacerdoti specialisti del “diritto internazionale”romano) fosse o meno Ottaviano il loro Pater patratus (cioè il capo del collegio, composto da 20 membri): una corona portata sulla testa composta di verbena (detta anche sagmina, un’erba che si credeva dalle proprietà magiche, recante invincibilità e forza e che doveva essere raccolta presso l’Arx capitolino nel corso di una speciale cerimonia); o, forse,  lo avrebbe visto avanzare capite velato, cioè indossando sul capo un particolare indumento (filum) anch’esso di lana bianca, sino a coprirne testa e corona, come poteva ugualmente accadere, secondo una diversa prassi. Chissà. Di sicuro lo avrebbe notato mentre impugnava una lancia di legno, fatta di  corniolo rosso (ovvero, munita di una testa in ferro), con la punta arroventata nel fuoco (hastam ferratam aut sanguineam praeustam: qui non ci è possibile dire oltre, se non che il corniolo rosso era un arbor infelix, cioè assai poco fausto e per questo  destinato al campo nemico, perché recasse seco  sciagure e disgrazie.) Se poi lo avesse seguito, avrebbe udito Ottaviano recitare così <<Poiché la regina Cleopatra e i suoi alleati, avverso il popolo romano dei Quiriti, male fecero e bene non fecero; poiché il popolo romano dei Quiriti volle che guerra fosse con Cleopatra e i suoi seguaci o il senato del popolo romano dei Quiriti approvò, espresse il suo parere, consentì che guerra si facesse con Cleopatra e i suoi alleati, perciò io e il popolo romano dei Quiriti a Cleopatra e ai suoi alleati, indico e faccio guerra>>;  indi terminata la formula, egli provvide a scagliare repentinamente quella lancia (hastae emissio) davanti al Tempio di Bellona, da presso al Campo Marzio, in un punto ben preciso: da una colonna, detta columella o columna bellica verso un appezzamento di terreno che molti anni prima, per mezzo di una fictio iuris (vale a dire, l’acquisto formale da parte di un cittadino straniero catturato, di etnia epirota, nel corso della guerra contro Pirro) era divenuto di fatto e giuridicamente, territorio straniero (ager peregrinus) all’interno dell’Urbe.  Non formule rituali, né invocazioni ad alcuna divinità: ché quel gesto magico e mistico di per sé non aveva bisogno di essere accompagnato da alcuna preghiera. Accanto a lui tre uomini adulti e cittadini romani, di condizione libera, quali testimoni (l’intero episodio ci è restituito in Dione Cassio 50, 4, 4-5, la formula della clarigatio, quivi adattata, è in Livio 1, 32, 5-14). Ottaviano compiva così una formale dichiarazione di guerra secondo l’antico ius fetialis: con uno straordinario atto di recupero di un rituale ormai desueto, il condottiero romano mostrava a tutti la sua personale pietas e soprattutto la precisa volontà di ri-connettersi alla tradizione più arcaica. Egli chiamava direttamente in causa Juppiter quale garante del suo gesto: la guerra contro Cleopatra era così dichiarata per mezzo dell’intervento degli Dèi e diveniva iustum piumque bellum. L’episodio della dichiarazione di belligeranza a Cleopatra, la quale presentava sé stessa come l’immagine vivente di Iside (in ciò, si noti bene, peraltro deviando dalla tradizionale iconografia religiosa egizia che voleva la regina dell’Egitto quale rappresentante delle benefiche e protettrici divinità di Hathor o Nekhbet) , dava il tono di ciò che Ottaviano intendeva con quell’atto: il conflitto fra i due, non simboleggiava tanto e solo lo scontro tra la civiltà romana occidentale e quella orientale egizia, quanto di due diverse visioni del mondo. Quella della Tradizione, opposta all’anti-Tradizione. Quanto a Marco Antonio, da tempo lontano in Egitto e ormai assuefattosi ai costumi d’Oriente, Ottaviano avrebbe pensato di lì a poco a procurarsi contro di lui una formale dichiarazione di hostis rei publicae (nemico del popolo romano) da parte del senato, giacché mai avrebbe potuto usare quel vetusto rituale contro un cittadino romano. In ciò vi furono certamente dei calcoli di natura politica e propagandistica: presentare sé stesso come il difensore del costume avito patrio, contro le degenerazioni orientali di un civis romanus e uomo di stato che aveva ceduto alle lusinghe di una regina straniera, significava anche esporre al ludibrio e alla disapprovazione popolare, Marco Antonio. Gli opposti si sciolgono sempre, alla fine: un anno dopo circa, il 2 settembre del 31 a.C., nella baia di Azio, la distruzione della flotta egizia  e dei suoi alleati, mutava il destino della storia e con esso, il nostro.

Ma dietro quello che fu certamente una lunga fase di studio e ricerca, quasi antiquaria, dei precisi gesti e canoni di un rituale caduto nell’oblio generale, da parte di Ottaviano – l’ultimo caso conosciuto si faceva risalire all’epoca della guerra contro Giugurta, quasi un secolo prima -, dobbiamo soprattutto intravvedere ciò che è stato il tratto caratteristico della sua complessiva ideologia culturale e religiosa, ossia il recupero del mos maiorum, la difesa degli istituti e dello spirito propri dell’età arcaica (anche etici, come dimostrerà la sua azione nell’ambito della morale famigliare) e il rifiuto di piegarsi all’avanzata dei culti stranieri. Tolleranza, senza confusione. Sotto tale profilo, vi sono due episodi che illustrano molto bene la concezione augustea.  Immediatamente dopo la vittoria di Anzio, come noto, Ottaviano inseguì i resti dell’esercito in rotta di Cleopatra e Marco Antonio sino ad Alessandria d’Egitto, per cingerla d’assedio. Narra Svetonio  come, una volta presa la città dopo il tragico suicido della regina e del suo amante, il duce romano “nel percorrere l’Egitto si astenne dal deviare un poco per visitare [il tempio di] Api, ma anche elogiò il nipote Caio perché attraversando la Giudea non aveva fatto supplicazioni in Gerusalemme” (Svet. Aug.,93); Dione Cassio aggiunge altri particolari sull’episodio, spiegando come la decisione di Ottaviano fosse dovuta al suo rifiuto di onorare divinità di aspetto zoomorfico (“essendo uso onorare Dèi, non bestiame”, Dio Cass. 51, 16), in linea con la rigorosa tradizione romana di rifiuto e avversione per l’adorazione o celebrazione delle stesse (monstra et latrator Anubis  tramanda Virgilio, Aen. 8, 698). Siamo ben lontani, dunque, dalle odierne e recenti, grottesche pagliacciate che hanno visto centinaia di fedeli islamici, invadere chiese e luoghi di culto cattolici, in nome di una fasulla fratellanza universale del credo –fisima del tutto moderna, che prelude solo alla preconizzata espansione dell’islamismo moderato, assai più temibile dei gesti folli di qualche assassino, in nome, però, di una religione rigidamente e ossessivamente intollerante. Tutto ciò, si noti bene, Ottaviano fece senza perseguire alcuno per il proprio credo, né ordinando la distruzione di templi o altari, ma anzi, come ci informa ancora il tardo storico romano, “risparmiando la vita a tutti gli abitanti di Alessandria, in quanto fedeli di Serapide” (ibidem). Una volta poi tornato a Roma, nel 29 a.C., l’Augusto  – così sarà  ricordato, ossia come colui che ha in sé una potenza divina inestinguibile, dalla radice indoeuropea aug*- “fare un pieno di potenza divina”, per effetto dello straordinario auspico-augurio dato dalla visione di dodici avvoltoi, nel corso dell’assunzione del suo primo consolato, il 19 agosto dell’anno 43 a.C., come fu, prima di lui, solo per  Romolo avanti la fondazione dell’Urbe eterna  – non tarderà a prendere severi provvedimenti nei confronti del culto isiaco, che iniziava a prendere piede nell’Urbe, ordinando espressamente che fosse vietato ogni rito egizio (e di conseguenza la rimozione di ogni luogo di culto privato dedicato ad Iside)  nella zona posta all’interno del pomerium, sacro confine del cultus deum romano, inaccessibile ad ogni liturgia non in linea con le radici spirituali e religiosi del credo italico-romano (ancora Dio Cass. 53, 2, 4). Ma, anche in questo caso a testimonianza della sua tolleranza, espressamente autorizzando gli adepti dei culti egizi a provvedervi a loro spese, e ove non fossero stati in grado di farvi fronte, assumendo su di sé i relativi oneri. Se vogliamo ricercare nel passato, per i presenti tempi, un esempio di retto modo di porsi di fronte alle altrui credenze, quello che ci offre Ottaviano sembra costituire un eccellente paradigma.  Una netta separazione, senza che ciò comporti alcuna intolleranza.

Augusto, fu, dunque, sotto tale profilo, piuttosto un restauratore che un innovatore. Dopo gli anni terribili della guerra civile, in cui al’esperienza religiosa comunitaria, si era in parte sostituito il culto personalistico e individuale delle varie fazioni, cercò (con successo, come attesteranno i successivi eventi) di mostrare, anche con il suo personale e incessante impegno, che la strada romana per il divino era ancora quella maestra: riparò o eresse 82 templi, istituì nuove festività e onori agli Dèi Indigeti e alle potenze celesti  nel rispetto e nel solco della tradizione avita, non mancò mai di celebrarne pubblicamente, per quanto possibile, le ricorrenze tutte. Sobrio e moderato di costumi e gusti, ma generoso e impareggiabile nell’offrire giochi e spettacoli per il popolo romano,  semplice nell’eloquio seppur diretto e stringente, modesto nel vestire senza apparire trasandato, stratega nato e ottimo logistico (in ciò superiore persino ad un Cesare, che fu però ineguagliabile tattico e artista della battaglia), raffinato letterato e mecenate della arti tutte (compose numerose opere, mai giunte) senza per questo divenire effimero schiavo delle stesse, eccellente amministratore (riordinò in modo mirabile le province tutte, assicurando una presenza costante sui confini delle legioni e dando preminenza all’elemento italico piuttosto che a quello latino nella politica interna), ricoprì la carica di console romano per ben nove volte, fu dotato della tribunicia potestas (senza ricoprirne la carica, lui aristocratico) ed ebbe il potere proconsolare accompagnato dalle insegne dell’imperium consolare domi, la censoria potesta; augure e pontefice (maximus, dall’anno 12  a.C.), quindecimvir sacris faciundis e septemvir epulonis, venne cooptato nei sodalizi sacerdotali dei Feziali, dei Fratelli Arvali e dei Sodales Titii, mostrando con il suo esempio e coinvolgimento diretto che Roma onorava inflessibilmente  i suoi Dèi.

Tutto ciò e molto altro fu l’Augusto Gaio Cesare Ottaviano, figlio di Gaio Ottavio, adottato poi da Gaio Giulio Cesare. Nessuno, in seguito, fu più grande di lui: eppure quanti uomini di eccezionale tempra e forza d’animo, quanti indomiti condottieri, quanti sagaci e abili uomini di stato e lettere, espresse la civiltà dell’impero romano. Rammentiamo il genio e il nume di Gaio Cesare Ottaviano, libando in suo onore i calici nella giorno delle Feriae Augusti , del Ferragosto:  con la consapevolezza che noi tutti, ne siamo, per razza e fato, gli eredi.

Stefano Bianchi

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1 commento

Dino Rossi 15 Agosto 2016 - 7:11

…complimenti questa dovrebbe essere materia di studio dalla 5° elementare fino alle superiori! Saprebbero così i nostri giovani a quale schiatta appartengono.

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