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Roma, 20 apr – Una violenza terribile, stuprata a 19 anni in pieno centro a Roma in via Palestro, a due passi della stazione Termini. Rimasta incinta, costretta ad abortire. È la storia di una ragazza finlandese violentata lo scorso settembre da Saddam Khan, 23 anni, un lavapiatti bengalese immigrato che si era proposto di riaccompagnarla a casa. Ora lo stupratore è stato condannato soltanto a quattro anni e quattro mesi di carcere al termine di un processo con rito abbreviato. Questo perché il pm ha riconosciuto le attenuanti generiche.
Eppure la violenza dello stupro era stata definita dal pm Andrea Cusani “animalesca”. La sentenza non soddisfa affatto l’avvocato difensore della giovane vittima, Angela Leonardi. “Sono state concesse le attenuanti che il pm nella sua requisitoria ha inteso richiedere ritenendo che esistano tra l’imputato e la parte offesa delle barriere culturali che ne giustificano l’applicazione“, ha dichiarato al Messaggero. Insomma, il retroterra culturale del bengalese sarebbe tale da giustificare il fraintendimento che avrebbe generato lo stupro. Siamo alla follia.
La legale ha sottolineato come la sua assistita, oltre alla violenza subita e al trauma ancora da elaborare, è rimasta incinta quella notte, e quindi come conseguenza dello stupro ha dovuto subire anche il trauma dell’interruzione volontaria di gravidanza.
“Volevo raccontarvi che per ora la mia vita è distrutta”. Poche parole, pronunciate davanti al gip Ezio Dimizia, dalla vittima, che di certo non metterà mai più piede a Roma.
“La mia esistenza quotidiana ormai è rovinata”, ha aggiunto. “Non sono mai stata razzista – ha precisato – , però adesso quando vedo uomini di origini straniere mi sento una forte ansia perché penso: ‘Ora cosa vorranno da me?’ Mi succede anche al supermercato”.
“Faremo appello – ha annunciato il legale di Saddam, Stefano Marrocco – . Il mio assistito ha detto che è stato un rapporto consenziente”.
Adolfo Spezzaferro

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