limesRoma, 24 mag – L’inclusività di Roma, la sua indubbia capacità di ‘integrare’ popoli, culture e Dei non è mai stata però concepita in maniera astratta, ma sempre concretamente condizionata. Lo testimoniano la concessione della cittadinanza romana agli Italici solo dopo la durissima ‘guerra sociale’ combattuta nel I secolo a.e.v.; le guerre giudaiche; la condanna della religione punica, del druidismo e dello stesso cristianesimo; i divieti che colpirono, seppur momentaneamente, i culti isiaci; il Senatus consultum de bacchanalibus che proibiva i Baccanali in tutto il territorio italico tranne casi specifici espressamente autorizzati dal Senato romano. In altre parole, l’integrazione era sempre pragmaticamente valutata caso per caso e mai automaticamente assicurata sempre e a chiunque.



Stesso discorso vale per il limes, ‘segno’ tangibilissimo di differenziazione tra il mondo romano e il Barbaricum. Che poi la presenza del limes non escludesse scambi, contatti, alleanze, eccetera, è cosa tanto ovvia da non dover essere quasi ricordata. Ciò non toglie però che se il limes non era una barriera impenetrabile, era comunque e sicuramente il chiaro confine tra ‘noi’ e gli ‘altri’. Un confine, ed è il punto a mio parere decisivo, ‘sorvegliato’ dagli Dei, ovvero pienamente inscritto in quella esperienza fondamentale dello spazio che va sotto il nome di geografia sacra.

Due rimandi al riguardo, per chiudere queste brevissime note: scrive Yann Le Bohec che “per i militari, la nozione di sacro assumeva anche una dimensione spaziale: il mondo romano possedeva delle frontiere che erano sotto la protezione degli dèi. Lo sappiamo bene per il pomoerium, sacro confine della città in epoca repubblicana. Sotto l’Impero, questo valore subisce un trasferimento; esso riguardò anche il limes, zona di confine che non era soltanto una barriera militare, ma che aveva anche un valore giuridico e religioso: quando dei barbari lo valicavano commettevano un sacrilegio e si esponevano all’ira degli dèi di Roma. […] L’Impero era dunque protetto anche da una milizia celeste[1].

“A Roma – nota Gianluca De Sanctis – i cippi di confine (termini), oltre a essere oggetto di un vero e proprio culto [i Terminalia], che la tradizione faceva risalire a Numa, erano ritenuti ‘sacri’ e dunque inviolabili”, per cui “quando i Romani dicevano che la stabilità del loro dominio era assicurata dalla fermezza di Terminus, è perché questa fermezza garantiva automaticamente quella di ogni terminus e dunque di tutti i fines che essi delineavano, compreso quello dell’orbis romano”. Pertanto, è la conclusione, fare del confine un dio “significa rendere le proprie scelte, e in un certo senso la propria identità, indiscutibili e impermeabili al mutamento. La cultura romana, in questo senso, ci appare come un insieme di costruzioni anti-flusso”[2].

Giovanni Damiano

[1] Y. Le Bohec, L’esercito romano. Le armi imperiali da Augusto alla fine del terzo secolo, Carocci, Roma 2005, p. 320.

[2] G. De Sanctis, “Spazio”, in M. Bettini-W. Short (a cura di), Con i Romani. Un’antropologia della cultura antica, il Mulino, Bologna 2014, rispettivamente pp. 162, 163 e 165. Sempre De Sanctis (p. 163) ricorda il celebre episodio in cui il dio Terminus diede prova della sua proverbiale ‘fermezza’ in occasione della costruzione del nuovo tempio di Giove Ottimo Massimo sul Campidoglio. Terminus fu l’unico dio che rifiutò di muoversi per lasciar posto al padre degli Dei.

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