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Tokyo, 25 set – Il Giappone non è soltanto la patria dei samurai, dei fiori di ciliegio e dei romanzi di Mishima. Il Giappone è anche la culla della Yakuza, una delle mafie più radicate e pericolose al mondo. Uno dei simboli riconoscitivi di questa organizzazione di fama mondiale è il tatuaggio tradizionale, un vero e proprio rituale al quale ogni membro deve sottostare per essere parte integrante della sottocultura criminale nipponica.
E’ proprio il tatuaggio ad aver fatto accendere le polemiche in questi giorni nel mondo del rugby professionistico, un altro ambiente dove la cultura del tatuaggio è molto diffusa, in alcune nazioni è qualcosa che si lega con le tradizioni etniche del luogo; l’esempio più lampante potrebbe essere la Nuova Zelanda, luogo dove il disegno su pelle è uno dei fattori caratterizzanti delle popolazioni native. Sembrerebbe però che ciò non importi al governo nipponico, il quale ha annunciato nelle ultime ore che non sarà tollerato durante il prossimo mondiale di rugby lo sfoggio di tatuaggi in pubblico, sia da parte dei giocatori che dei tifosi.
Eppure l’irezumi (il tatuaggio tradizionale giapponese) è parte integrante della storia millenaria giapponese, in tutto il mondo famosi tatuatori hanno studiato e studiano per riuscire a imparare l’antica tecnica nata nella terra del Sol Levante. A quanto pare, però, al giorno d’oggi in Giappone incidersi dei disegni sul proprio corpo equivale ad essere bollati come pericolosi criminali. E’ vietato entrare in locali, piscine, ristoranti con parti del corpo scoperte che mostrano qualsiasi tipo di tatuaggio. L’organizzazione dei Mondiali sembrerebbe però essere intenzionata a non contraddire le volontà del governo, lanciando una proposta già accettata dall’esecutivo, attraverso la quale i giocatori potranno mostrare i propri disegni almeno nel corso delle partite ufficiali, dove sarebbe realmente complicato coprire alcune zone del proprio corpo tatuato.
Mauro Pecchia
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

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