Roma, 12 dic – Il servizio militare aveva un valore enorme, nella formazione delle generazioni di giovani italiani. Non soltanto per questioni meramente tecniche, ma anzitutto culturali, sebbene la questione sia spesso messa un po’ troppo in secondo piano. La proposta del presidente del Senato Ignazio La Russa di introdurre una “mini naja” di servizio militare volontario di 40 giorni è sicuramente apprezzabile: ma la realtà è che, da una ventina d’anni a questa parte, abbiamo imboccato una strada sbagliata (tanto per cambiare). E i motivi sono fin troppo ovvi.

Il valore culturale del servizio militare

Si potrebbe pensare alla disciplina, all’ordine e alla pedagogia. E non si sbaglierebbe, sia ben chiaro. Del resto chi scrive, da ragazzo, fu molto felice evitare la leva obbligatoria, in via di dismissione in favore dell’esercito esclusivamente professionale. Ma chi scrive, da ragazzo, era inesperto. Pensava, come tutti i ragazzi, di avere così una vita più comoda. Ovviamente, sbagliandosi. Perché la maturità, con il giusto senso critico, ci permette di comprendere meglio le scelte errate della gioventù. In questo caso, la mancanza del servizio militare si sente, si avverte, nella crescita, in una serie di valori, di approcci, necessari alla vita civile quanto in quella da soldato: dalla fortificazione interiore, al rispetto delle regole, fino alla stessa concezione della gerarchia, totalmente sconosciuta nella società italiana odierna. Ovviamente, non tutti sono chiamati a fare i soldati, ed è una banalità sottolinearlo: ma comprenderne l’esperienza è una questione universale, di interesse collettivo.

Tuttavia, la questione non si esaurisce soltanto in quell’aspetto. C’è molto altro. Su tutto, il fatto che il servizio militare obbligatorio mettesse in contatto italiani di diverse regioni, aiutando non poco un amalgama nazionale messo duramente in crisi nel secondo dopoguerra. Un amalgama che ha formato anche generazioni successive a quel disastroso 1945 definito da molti come “la morte della Patria”. Generazioni che lo hanno poi portato nel mondo civile, trasmettendolo anche ai figli, in quella catena irrinunciabile di tramandamento che è necessaria per mantenere viva una comunità. Tutto sparito in un battito di ciglia. Il valore culturale della leva obbligatoria potrebbe tornare utile. Ma una semplice e pallida introduzione, come quella proposta da La Russa, non basta.

Buona la proposta di La Russa, ma solo come inversione di tendenza

Invertire la tendenza dopo aver imboccato una strada completamente sbagliata è senza dubbio un bene. In questo caso, però, si parla di un’inversione estremamente sfumata. Appena 40 giorni non formano nessuno, figuriamoci cittadini completamente disabituati al concetto di ordine e disciplina. Però, può essere un primo passo per un ripensamento. Che ci auguriamo porti buoni frutti nel futuro.

Stelio Fergola

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