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Siamo ostaggio del partito della pagnotta. Questo è il solo dato politico

by Davide Di Stefano
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Roma, 12 ago – Piccoli gruppi di potere o singoli miracolati. Tutti uniti da un solo scopo: l’autoconservazione. La lettura politica della crisi di governo si può fare tenendo conto anche solo del numero di parlamentari che rischiano di tornare a casa senza stipendio robusto, ribalta e possibilità di rielezione. Poi, forse, quando e se arriverà il momento della formazione di un nuovo governo “istituzionale” o del “presidente”, l’altro dato da tenere in considerazione saranno le ingerenze esterne: mercati, Ue, Stati Uniti e tutte le centrali di potere che influiscono sulla politica italiana. In mezzo, tra la salvaguardia delle poltrone dei parlamentari e gli interessi stranieri, c’è poco o nulla.

I 5 Stelle con Renzi e Berlusconi

Per tutelare la struttura del partito ed evitare scissioni o fuggi fuggi generali, le forze politiche preferiscono tutelare gli interessi individuali di parlamentari e dirigenti, anche a discapito dell’interesse politico generale del partito. Partiamo dal caso più eclatante: il Movimento 5 Stelle. Ai pentastellati sul piano politico converrebbe andare al voto in autunno. Salvini ha staccato la spina ad un governo che godeva, nonostante i litigi, ancora di almeno il 50% del consenso degli italiani. I 5 Stelle hanno perso consensi perché il ministro dell’Interno è stato il grande protagonista dell’esecutivo e li ha marginalizzati, oltre al fatto che l’esperienza di governo ha fatto esplodere le contraddizioni politiche di un movimento di protesta.

Ma appunto ai 5 Stelle andare al voto in autunno, rivendicando i tratti positivi dell’esperienza di governo e rilanciandosi come forza di opposizione anti-sistema, converrebbe. Soprattutto in prospettiva. E invece prima Di Maio in maniera soft prova a rimandare il voto con la scusa del taglio dei parlamentari, poi addirittura Grillo, colui il quale dovrebbe mantenere la barra dritta sui “fondamentali” del Movimento, esplicita a chiare lettere l’intenzione di sostenere un governo tecnico insieme a Matteo Renzi e forse Silvio Berlusconi. Un quadro che fino a qualche mese fa sarebbe stato relegato alla fantapolitica. E il garante del Movimento, sbattendosene delle regole interne, getta nel cassonetto anche la regola dei tre mandati.

Uno vale uno era il motto di un tempo, oggi la priorità è mettere in salvo la “casta” di eletti e quadri 5 Stelle (autoconservazione), tenersi un peso politico parlamentare del 32% (gestione), infischiarsene di idee e programmi pur di rimanere al governo (opportunismo). Il Movimento 5 Stelle ha assorbito tutti i tratti peggiori dei partiti senza nemmeno quel minimo sindacale (oggi ridotto al lumicino) di fedeltà alle idee o quantomeno alla proposta politica della propria parte. Tanto che gli eletti M5S sono più “casta” degli altri. Sono i più attaccati alla poltrona perché la maggior parte di loro non ha nient’altro, sono dei miracolati che non hanno alcuna intenzione di tornare alle vite precedenti. Molto peggio dei politici di professione. Così l’anti-politica distrugge la politica: ma non per rinnovarla, per esporla ulteriormente a qualsiasi altro potere (mercati, Bruxelles etc).

I renziani agiscono come una lobby

Discorso leggermente diverso per i parlamentari sotto il segno del “giglio”. Al tengo famiglia e al terrore dell’abbandono dello scranno, i renziani uniscono quantomeno un’azione di lobby. Ovviamente anche questa a scapito dell’attuale partito di riferimento. Al Pd che ha da poco eletto un nuovo segretario, che ha recuperato e distanziato i 5 Stelle di qualche punto percentuale e che in autunno potrebbe proporsi come principale forza di opposizione a Salvini, converrebbe andare alle urne il prima possibile. E invece no. La pagnotta dei renziani è più importante, così come lo è l’ambizione dello stesso Renzi. E cosa importa se fino a una settimana fa era proprio l’ex sindaco di Firenze il più grande oppositore di qualsiasi accordo tra Pd e 5 Stelle, se oggi l’obiettivo è restare in sella si può dire tutto e il contrario di tutto. Anche che il taglio dei parlamentari è cosa buona e giusta, proposta per la quale Renzi in realtà prova orrore. Ma anche qui conta solo il tengo famiglia.

Riabilitare Scilipoti

Insieme a 5 Stelle e renziani, tra i papabili per il partito della pagnotta non potevano mancare i parlamentari di Forza Italia più vicini a Berlusconi. Anche qui l’idea di andare al governo con i “nuovi comunisti” dei 5 Stelle va giù come un bicchiere d’acqua, dato che il dissolvimento del partito di Silvio non garantirebbe l’elezione a molti deputati e senatori azzurri. E pensare che in principio fu Scilipoti. Quasi dieci anni fa l’atto di “responsabilità” che lo portò a salvare il governo Berlusconi venne visto come una vergogna, un atto immorale, il deputato siciliano fu accusato di essersi venduto. Scilipoti divenne quasi un neologismo teso a significare l’opportunismo più bieco. Nel 2019 prendiamo atto del fatto che il metodo Scilipoti è prassi per centinaia di parlamentari italiani, trovare uno che non tenti di salvare il proprio culo seduto sulla cadrega diventa un’impresa.

Erano meglio i vitalizi

Una situazione così assurda e squalificante potrebbe in parte risolversi con una proposta ancora più assurda e squalificante: istituire dei vitalizi garantiti ai parlamentari per tutta la vita nel momento stesso dell’elezione. Immorale? Probabilmente sì. Ma in questo modo l’Italia non sarebbe ostaggio dello stipendio di un ex dipendente delle poste eletto magari nei 5 Stelle che venderebbe anche la madre per salvarsi lo stipendio da parlamentare. Nell’interesse dell’Italia un centinaio di milioni di euro di spesa in più per i vitalizi sarebbero senza dubbio un costo minore che rischiare esecutivi tecnici solo per garantire la pagnotta a qualche cialtrone.

I partiti inciucioni la sconteranno?

Al di là delle proposte più o meno provocatorie resta da capire l’impatto che una crisi come questa avrà almeno in termini di consenso. Se veramente dovesse realizzarsi un governo figlio di un inciucio e di una grande ammucchiata, che dovrà (in assenza di una forte volontà politica) con buona probabilità portare a casa una manovra “lacrime e sangue”, quanto pagheranno le forze politiche che lo sosterranno? Siamo sicuri che questo sarà il suicidio per quei partiti e che contestualmente Salvini e i suoi alleati all’opposizione otterranno un consenso plebiscitario? Ai posteri l’ardua sentenza. La memoria da “pesce rosso” della maggior parte degli elettori, che secondo alcuni studi non dura oltre i tre mesi, potrebbe regalarci qualche amara sorpresa.

Davide Di Stefano

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