Lucca, 31 maggio – Il prossimo fine settimana sarà l’ultimo per visitare a Lu.C.C.A. Museum la mostra “Mario Sironi e le illustrazioni per Il Popolo d’Italia 1921-1940”. Una mostra fresca, nonostante i tre lustri dal suo esordio. Anzi, risalendo alla prima esposizione di vignette sironiane, si arriva al 1964 e a Mario De Micheli, che ne organizzò una mostra alla galleria Viotti di Torino. Fu una delle tante pagine di rottura di De Micheli, una delle tante polemiche che lo hanno coinvolto. Non erano passati ancora vent’anni dalla fine della guerra e le macerie della guerra civile erano ancora calde, i ricordi ancora troppo vivi e Sironi troppo fascista. Di anni ora ne sono passati più di settanta, ma le macerie fumano ancora, o vengono tenute calde scientemente. La guerra civile è stata istituzionalizzata e diventata ricatto culturale, e anche questo passaggio di Sironi sicuramente avrà fatto alzare le gonne delle zitelle della memoria.
Abbiamo già avuto modo di raccontare l’apparente sorpresa di trovare il monumentale Sironi, “il Michelangelo del ‘900”, alla prese con delle vignette. Lui, il signore della pittura muraria votata al ciclo eterno, che brucia la realtà in mozziconi quotidiani sulle pagine de Il Popolo d’italia. Abbiamo già avuto modo di dire che il contrasto fra il Sironi monumentale e il vignettista sembra insanabile: il ‘grande’ contro il ‘piccolo’, l’eterno contro l’effimero, il ciclo educativo e simbolico contro il battito sintetico della satira. Nonostante ciò la grande decorazione e la vignetta si parlano e si riconoscono. Si riconoscono i tratti portanti di Sironi in entrambe: la potenza del segno, la sintesi compositiva, la verticalità, la costruzione architettonica delle masse, l’arguzia. Nelle vignette si muovono piccoli giganti, volti scultorei, spigolosi, tagliati dalla luce e dalle ombre, assemblate in un contrasto netto. Del resto il pittore considerava le sue opere di piccolo formato come frammenti di pittura muraria. Non a caso le illustrazioni per Il Popolo d’Italia verranno riprese da Sironi come modelli per affreschi, vetrate, sculture. Ed è proprio in una rubrica su quel giornale che traccerà la prima formulazione del concetto teorico e pratico della pittura murale.


La sua fu una produzione febbrile, militante, prepotente. Soprattutto dal 1921 al 1927. Saranno circa un migliaio le vignette realizzate in quel lasso, e spesso il singolo soggetto viene presentato su più bozze, anche colorate, nonostante sapesse che la stampa poi le avrebbe desaturate. Una produzione militante, si diceva, perché militante era l’artista per Sironi. E la vignetta rappresenterà alla fine per lui il campo di battaglia migliore contro gli avversari del fascismo, colpiti con baionetta e calamaio. Con la satira quotidiana afferma una capacità di commento politico brillante, destinato a un pubblico popolare. Già nel 1916 Boccioni riconosceva che “le illustrazioni del pittore italiano Sironi superano per potenza plastica, per interesse drammatico e per spirito ironico le più celebri, le più ‘copiate’ illustrazioni di qualsiasi giornale o rivista europea o americana”. Boccioni vedeva Sironi disegnare al fronte, nel Battaglione ciclisti dove erano arruolati insieme nella compagine futurista. Sarà un altro futurista, Marinetti, a presentare Mario Sironi a Benito Mussolini. “Non ti tradirà mai” gli disse, e così fu. Nella foltissima schiera di intellettuali e artisti che aderirono al fascismo, Sironi ha incarnato un esempio di fedeltà estrema, alle persone e alle idee. Per questo nel dopoguerra venne esiliato in patria, le sue opere censurate, il suo nome oscurato. “Avete un grande artista, forse il più grande del momento e non ve ne rendete conto”, ripeteva Pablo Picasso a un’Italia sorda. Una certa assonanza con il Lenin che indicava Mussolini come l’unica persona in grado di fare la rivoluzione o con il Gramsci che dava a Marinetti la palma di unico intellettuale rivoluzionario in Italia.
Mario Sironi ha influenzato con le sue opere l’arte italiana a lui successiva. E lo ha fatto anche con le sue vignette, marchiando la storia del disegno politico. Lo ha fatto mostrando come creare volumi di plasticità scultorea con pochi tratti, come cogliere i segni e i simboli visivamente più forti ed efficaci, come utilizzare il bianco e il nero, il vuoto e il pieno. Lo ha fatto ancora con i giochi di parole (il PSU che diventa sistematicamente “Pus”; il PP collegato in modo onomatopeico all’urina; Don Sturzo disegnato come uno struzzo), con le sintesi fulminanti (il “pugno di mosche” è l’immagine con cui rappresenta i risultati delle riunioni socialiste), con le caricature che creano personaggi autonomi e familiari per il pubblico. Forte anche la critica alle potenze straniere, ai politici italiani che a queste strizzavano l’occhio, alle ingerenze esterne, ai debiti di guerra non pagati dalla Germania. Viaggiando fra le sue vignette, possiamo quasi immaginare come Sironi rappresenterebbe la situazione politica attuale.
Simone Pellico

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