Roma, 28 ago – Controsoffitti divelti, un estintore sparato nella corsia e un intero reparto devastato, è stato questo il risultato della mini rivolta messa in atto da tre soldati libici ricoverati da qualche settimana presso lospedale militare del Celio a Roma. Le prime notizie che hanno seguito lintervento dei carabinieri e del personale militare in loco parlavano di una protesta scaturita dal malcontento per una carenza di cure, lamentata dai militari feriti che però “si sono fatti prendere la mano”. Ospiti del reparto ortopedia dell’ospedale militare del Celio, i tre militari libici appartenenti all’esercito di Tobruk, erano stati accolti nel nosocomio militare per essere curati, sulla base di un accordo vigente tra Italia e Libia. I tre, sono tutti mutilati di guerra uno senza gambe, l’altro senza una gamba e un braccio e il terzo con una gamba che rischia di essere amputata – lo scorso martedì pomeriggio hanno inscenato la loro protesta per “rivendicare assistenza, dopo cinque mesi che siamo arrivati qui”, hanno spiegato al tribunale che li ha visti imputati.

Sono stati infatti tutti e tre arrestati a seguito delle devastazioni messe in atto, oltre ad essere accusati di resistenza a pubblico ufficiale, senza però ricevere alcuna misura cautelare. Tutti e tre i militari sono inquadrati nelle milizie che combattono l’Isis in Libia, e da alcune indiscrezioni circolate nei minuti immediatamente successivi alla vicenda si era parlato di una bottiglia di vodka offerta in amicizia da parte del personale italiano ai libici, scambiata però per una provocazione allIslam che, come è noto, vieta il consumo di alcool. Un evento, se fosse vero, pittoresco, in quanto il personale del Celio non è di certo inesperto sulla gestione di degenti di religione islamica o di pazienti provenienti da diverse nazioni in quanto opera da anni in Libano, Afghanistan ed Iraq, con presidi medici avanzati che si occupano e dei nostri militari in operazione e della popolazione civile locale. Tuttavia la vicenda ha assunto toni da operetta nei media con il personale alla berlina per la supposta provocazione.

Da parte nostra invece ci sovvengono altri quesiti ben più essenziali quali, per esempio: perché l’Italia, dovrebbe continuare a curare militari libici sul suolo nazionale? Questo impegno ci appare assurdo politicamente e diplomaticamente inconsistente, soprattutto alla luce del meeting di Parigi in cui, non più di un mese fa Macron ha approfittato dellincapacità di negoziato dei nostri rappresentanti facendo un ulteriore sgambetto all’Italia, già abbondantemente in impasse sul fronte devastante dell’invasione migratoria. Non ci si deve stupire se la Francia ha prepotentemente messo il cappello sulla questione libica, scalzando lItalia dal ruolo di mediatrice della complessa e nebulosa situazione che oppone Tripoli alla Cirenaica. Macron che ha ringraziato gli italiani ed in particolare “Paolo Gentiloni per limpegno dellItalia in Libia”, ha aumentato solamente il dileggio del contentinodi cui siamo stati destinatari congedati, a mo’ di garzoni di bottega, con una pacca sulla spalla. Perché quindi l’Italia, che un mese fa si è lasciata escludere dalle futuribili plusvalenze economiche e contrattuali nazionali derivanti dall’impegno in Libia, continua a farsi carico delle incombenze dettate dalla “Comunità internazionale “? Perché, esclusa dagli “onori” si accolla ancora gli “oneri” di dover prestare cure ai soldati libici ?

Ci viene da pensare che magari, alla luce di quanto detto, l’Italia si sia prestata all’impegno di curare i militari di Tobruk solo per fare la sua partenel suo allinearsi alla volontà “comunitaria” ma senza l’adeguata convinzione e quindi senza il necessario impiego di risorse umane e materiali tali da garantire una corretta gestione dell’aiuto terapeutico ai Libici sul nostro suolo. Difficile è invece per noi immaginare che il Policlinico Militare di Roma, ente da sempre considerato un polo sanitario di eccellenza, composto da medici e infermieri sicuramente di indubbio valore e qualità anche per il loro continuo impegno in missioni all’estero, sia incapace di erogare le cure richieste dai libici. Difficile immaginare che tre soldati libici nemmeno in grado di camminare abbiano devastato un intero reparto dell’ospedale senza che nessuno li abbia prontamente fermati. Non ci lasciamo convincere, quindi, da bottiglie di vodka (trasformatisi poi in bottiglie di vino) o quant’altro. Crediamo invece che il Policlinico Militare non abbia ricevuto le risorse adeguate per poter curare i militari stranieri e che sia esso stesso vittima di una politica evanescente che troppo spesso si sviluppa e si esaurisce in vuoti proclami senza poi offrire sostanza, prodigando belle parole impossibili da trasformarsi poi in fatti concreti.

Alberto Palladino

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