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Roma, 29 ott – Nella questione del TAP si intrecciano diverse storie: la crisi e la transizione energetica, gli interessi locali e quelli nazionali, gli intrecci internazionali, il trasformismo della politica. E il  comune di Melendugno nel Salento sta diventando il teatro di questa battaglia, con tante manifestazioni No TAP,  gasdotto accusato di inquinare e danneggiare l’ambiente. E vessilli dei 5 stelle bruciati in piazza, con i politici pentastellati accusati di tradimento, per aver cambiato rapidamente posizione, dal No del tempo d’ opposizione al “Sì” del tempo da governo.
La questione del TAP è questione molto seria, dalla quale dipende parte dell’indipendenza energetica nazionale e per la quale è necessario dedicare un po’ di approfondimenti .

  1. Che cosa è il TAP e perché protestano

Il Trans-Adriatic Pipeline (TAP) è un progetto che prevede la realizzazione di un gasdotto che da un giacimento dell’Azerbaijan attraverserà la Turchia e la  Grecia e l’ Albania per poi attraversare il Mare Adriatico ed approdare in Italia, in Puglia nel comune di Melendugno, dove il condotto si aggancerà alla rete dei gasdotti nazionali per distribuire gas naturale in tutta Italia e successivamente anche in EuropaIl gasdotto avrà una lunghezza di circa 870 chilometri, di cui la maggior parte nel  territorio meridionale dei Balcani  con una  capacità di trasporto stimata in circa 10 miliardi di metri cubi di gas all’anno.
L’obiettivo principale del TAP consiste ridurre la dipendenza dal gas fornito dalla compagnia russa Gazprom. L’aspetto fondamentale del progetto è infatti rappresentato dalla possibilità di diversificare il mix di fornitori energetici  italiani.  Il TAP è parte del Corridoio Meridionale del Gas ed è  considerato una delle priorità della politica energetica dell’Unione Europea.
Il gas naturale, proprietà del Consorzio Shah Deniz II, si trova in un giacimento dell’Azerbaijan situato sulle coste occidentali del Mar Caspio. Il gasdotto di partenza è il South Caucasus Pipeline (SCP) che, direttamente dai giacimenti Shah Deniz, raccoglierà il gas azero dalle coste del Mar Caspio attraversando la Georgia, si collegherà con il Trans-Anatolian Gas Pipeline (TANAS) che costituisce la parte centrale del “Corridoio” e, attraversando completamente la regione della Turchia da oriente verso occidente, si congiungerà direttamente alla TAP. Il gas caspico si collegherà alla rete nazionale gestita da Snam Rete Gas per alimentare il punto di scambio dal quale potranno essere raggiunti tutti i punti di uscita italiani verso destinazioni europee.
tap percorso
La Trans-Adriatic Pipeline AG è “responsabile dello sviluppo e dell’esercizio dell’infrastruttura di trasporto del gas della zona di confine tra Grecia e Turchia al Sud Italia. Ultimata la realizzazione dell’opera, TAP diventerà gestore del sistema di trasmissione (TSO), fornendo capacità di trasporto per consentire a shipper e produttori di commercializzare il proprio gas”. L’azionariato di TAP è composto per il 20% da SOCAR (State Oil Company of Azerbaijan Republic); per il 20% da BP; per il 20% dall’italiana SNAM; il resto delle quote e’ ripartito tra una società belga, una spagnola ed una svizzera.
Sino a questo punto possiamo pensare al Tap come ad una grande opera di modernizzazione, gestita anche da una società italiana, capace di fornire molto gas alla nostra nazione e di diversificare le fonti di approvvigionamento. Ma allora, quali sono i motivi della protesta di Melegnuno ?
Innanzitutto è certamente singolare che negli altri Paesi attraversati dal gasdotto non vi siano cenni di rivolta. Eppure il corridoio è lungo 878 chilometri, di cui 550 in Grecia, 215 in Albania, 105 sotto il mare Adriatico e solo 8 in Italia. E tutti i gasdotti italiani hanno una lunghezza lineare di 13mila chilometri: una delle reti più estese al mondo, grazie alla visione di Enrico Mattei. Quindi un problema di otto chilometri.
Il TAP è responsabile di danneggiare l’ambiente perché rovina la spiaggia di San Foca e  necessita dell’espianto temporaneo di 211 ulivi secolari, che saranno poi ripiantati dov’erano prima.  E potrebbe provocare incidenti: ma dal 1970 al 2010 non c’è mai stato alcun incidente che ha coinvolto gasdotti con tubi di spessore superiore ai 25 millimetri, quello del Tap è spesso 26,8, e correrà a decine di metri di profondità, usando la tecnologia di microtunneling.
La protesta sembra tutta orientata su tematiche locali, paesaggistico rurali, gli olivi e la spiaggia, e sulla paura del futuro, sul fato che “potrebbe scoppiare” e che l’Italia è a rischio sismico (e quindi anche i 13.000 km già costruiti); poi ci sono gli economisti riduzionisti, che affermano che la domanda di gas è in calo, mentre tutti gli studi e le proiezioni affermano il contrario; e i verdi, che vorrebbero tutto solare e eolico, salvo poi manifestare anche contro pali e pannelli, ma anche in questo caso secondo tutti gli studi, anche del settore fotovoltaico, nel 2040, in uno scenario molto ottimistico, il 60% del fabbisogno energetico nazionale sarà garantito ancora dalle fonti fossili, soprattutto dal gas.

  1. L’Italia e la rete del gas

Il gas è una fonte energetica strategica ed essenziale per lo sviluppo economico nazionale, risorsa fondamentale per la progressiva sostituzione del carbone e per supportare la transizione energetica verso le rinnovabili. Per il gas naturale sono necessarie grandi infrastrutture per il trasporto a grandi distanze, spesso anche intercontinentali, consistenti in gasdotti, con complesse problematiche geopolitiche relative ai paesi di provenienza e a quelli  da attraversare, o in impianti di liquefazione (LNG) e rigassificazione ed il relativo trasporto con navi metaniere.
L’Italia ha prodotto nel 2016 lo 0,2% (destinato allo stoccaggio/riserva) ed ha consumato l’1,7% del totale mondiale di gas,  proveniente per il 91% via gasdotto (Russia 45% c.a, Olanda, Algeria Libia, Norvegia) e il 9% circa via LNG (Qatar, quasi esclusivamente). L’Italia è quindi un piccolissimo produttore ed un piccolo consumatore, con un potere di acquisto inversamente proporzionale alla crescita del potere dei grandi consumatori asiatici, Cina e India, che con una domanda in crescita esponenziale stanno modificando i flussi commerciali dei grandi  paesi esportatori (Russia, Stati Uniti, Canada, Qatar) e con una totale dipendenza dalle importazioni, provenienti via gasdotto da pochissimi paesi.
Ma anche  tutta l’Europa è molto dipendente dalle importazioni di gas naturale, pari al 28% delle importazioni nette di energia, soprattutto provenienti dalla Russia che ha coperto circa il 32% del fabbisogno, seguita dalla Norvegia (31%) e dall’Algeria (13%). Seguono i flussi da Qatar, Nigeria e Libia. A differenza del petrolio, nel caso del gas gli approvvigionamenti avvengono come detto soprattutto tramite gasdotti, mentre il ruolo del gas naturale liquefatto è andato riducendosi molto negli ultimi anni a causa della forte concorrenza di prezzo esercitata da parte degli acquirenti asiatici. Tale modalità di approvvigionamento, unita alle scarse interconnessioni fra le reti nazionali, fa sì che per molti Stati  le importazioni provengano da un solo paese (tipico è il caso della Russia per i paesi dell’Est Europa), con evidenti ricadute negative in termini di sicurezza. La domanda di gas naturale in Europa sta crescendo a ritmo serrato ed è destinata ad accelerare entro i prossimi cinque anni: le normative europee, compreso il sistema di scambio delle quote di emissione (Ets) e le nuove norme per la produzione energetica con la progressiva e rapida riduzione dell’utilizzo del carbone, stanno contribuendo ad aumentare la quota di gas all’interno del mix energetico dell’Unione europea. Complessivamente la domanda di questo combustibile in Europa è aumentata del 5% lo scorso anno, raggiungendo i 548 miliardi di metri cubi, il massimo livello degli ultimi sette anni con 76 miliardi di metri cubi in più rispetto al 2014, grazie a una combinazione di fattori, tra i quali l’impatto delle temperature, la prosecuzione della ripresa economica e l’incremento delle forniture di gas al settore elettrico,  con una crescita del 12% su base annua.
Tra i paesi europei l’Italia è quello con la più alta dipendenza dal gas, fonte che, con un consumo di circa 71 miliardi di metri cubi nel 2016, rappresenta circa il 35% dei consumi energetici primari ed il 40% della produzione lorda di energia elettrica  (rispettivamente il 15% ed il 4% in Francia, il 20% ed il 17% in Spagna, il 23% ed il 12% in Germania). L’Italia ha una dipendenza dall’import per circa il 92% del proprio consumo di gas. La produzione nazionale di gas nel 2016, nonostante le riserve ancora disponibili, è calata a circa 5,8 miliardi di metri cubi anno (-14,6% sul 2015), coprendo circa l’8% dei consumi, a causa dei limiti introdotti alle operazioni offshore e per le difficoltà ad operare in un contesto territoriale ormai generalmente avverso a tali attività e al complesso iter burocratico legato alle intese regionali.
La forte dipendenza italiana dalla  fornitura del gas, soprattutto russo, ci espone a potenziali  gravi criticità per le eventuali interruzioni delle forniture dagli attuali esportatori. L’Italia ha un sistema di stoccaggi di gas in sotterraneo importante, ma a fronte di un consumo annuo di circa 70 miliardi di metri cubi, sufficiente solo per il breve periodo: una capacità a regime di 12,8 miliardi di metri cubi di stoccaggio commerciale, a cui  si aggiungono 4,6 miliardi di metri cubi di riserva strategica, utilizzabili in caso di emergenza (solo in caso di lunghe riduzioni degli approvvigionamenti che causino l’esaurimento degli stoccaggi commerciali). Inoltre la produzione dei tre rigassificatori in funzione non è chiaramente sufficiente a coprire eventuali emergenze energetiche, e l’iter per la realizzazione di nuovi rigassificatori sembra costellato di incertezze e difficoltà, limitando di fatto questa importante  opportunità di diversificazione.
La dipendenza dalla Russia del sistema energetico italiano è aumentata nel tempo: dei 65,3 miliardi di metri cubi importati complessivamente nel 2016 (+6,7% rispetto al 2015), la Russia ne fornisce circa il 41,3%. Nel caso di una sospensione totale e prolungata delle importazioni (ad esempio il blocco dei  gasdotti che attraverso Ucraina, Slovacchia ed Austria portano il gas russo in Italia), è molto difficile ipotizzare di poter approvvigionare circa 30 miliardi di metri cubi da fonti di approvvigionamento diverse, considerando che anche gli altri paesi europei sarebbero probabilmente in una situazione analoga. A breve termineranno i contratti di transito di gas russo attraverso l’Ucraina – da dove transita il gas russo diretto in Italia –  e Gazprom, esportatore e produttore, ha affermato di non voler rinnovare gli accordi con la controparte ucraina, ma di voler portare avanti progetti di gasdotti alternativi contestualmente alla scadenza dei transiti attraverso l’Ucraina. La realizzazione del raddoppio del Nord Stream avviata da parte russa potrebbe avere come risultato, almeno transitorio, che l’Italia dovrebbe approvvigionarsi per tutto il gas russo necessario via Germania, con un mutamento di rotte attraverso l’Europa. Un volume così importante di gas concentrato in un unico punto di entrata, a parte i rischi per la sicurezza delle forniture, di fatto renderebbe la Germania un hub centro europeo dove si formerebbero i prezzi, aumentando il divario di competitività per le imprese italiane.
Le  possibili fonti di fornitura alternativa, ad esempio Algeria e Libia, presentano alti gradi di incertezza: per il rinnovo dei contratti commerciali di fornitura gas con l’Algeria dei principali importatori (Eni, Enel, Edison) e i contratti di transito del gas algerino attraverso il gasdotto TTPC in Tunisia; e non si hanno certezze relativamente agli sviluppi della situazione in Libia, che potrebbe avere riflessi sugli impianti di produzione e sul gasdotto Green Stream di esportazione verso l’Italia.
L’indipendenza energetica italiana nello strategico settore del gas, e in uno scenario mondiale in rapida evoluzione e permanente competizione, dipende dal difficile controllo delle fonti di approvvigionamento, dalla diversificazione dei fornitori, dal controllo strategico dei gasdotti, dall’ importazione di GNL e dalla capacità di rigassificazione.
Gian Piero Joime

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