Roma, 11 lug – Spagna 1982 è ovviamente l’11 luglio, ovvero il giorno della finale del mondiale di calcio di quell’anno tra Italia e Germania. Una data storica, di cui oggi ricorre il 40esimo anniversario. Storia per la leggendaria nazionale italiana, in un certo senso un “ritorno a casa” dopo 44 anni di digiuno, per una squadra che, soltanto dodici anni prima, aveva sfiorato addirittura la conquista definitiva della Coppa Rimet. Quel titolo mondiale, però, supera di gran lunga il peso pur importante della coppa vinta nel 2006 e, per certi versi, se la gioca anche con i due trionfi degli anni Trenta. Ecco perché.

Spagna 1982 e “la tragedia del Sarrià”

“La tragedia del Sarrià”. Così nell’immaginario collettivo brasiliano è ricordata la sconfitta subita contro l’Italia in quell’ultima partita del “girone a tre” del secondo turno del mondiale spagnolo (in linea temporale, quasi un quarto di finale della formula odierna). Quel 3 a 2 che spediva la squadra di Bearzot verso il Paradiso e quella carioca all’inferno. Per renderci conto del peso di quella gara, basti pensare che l’unica partita che i tifosi brasiliani ricordano con maggiore dolore è la finale del mondiale del 1950, disputato proprio in Brasile e persa contro l’Uruguay di Schiaffino (circostanza in cui, si narra, alcuni tifosi e calciatori tentarono addirittura il suicidio).  La vittoria contro il Brasile dei fenomeni nel mundial spagnolo è simbolica anche per un altro motivo: lancia gli azzurri spediti verso la conquista del terzo titolo, diventando i primi in assoluto a raggiungere i verdeoro nella classifica delle nazionali più titolate di sempre.

L’Italia di Bearzot, l’ammazza-grandi

Spagna 1982 è speciale proprio per questo. Mai nella storia del calcio un vincitore del mondiale ha affrontato così tante nazionali concorrenti al titolo battendole tutte. Non era successo nei primi due titoli italiani o in quelli uruguagi, non era capitato nei tre titoli brasiliani e neanche nei due tedeschi. Non era capitato all’Argentina mondiale nel 1978. E, forse, non è capitato neanche ai vincitori dei mondiali successivi. L’Italia campione del mondo nel 1982 fa secche – in tutti i sensi – ben tre concorrenti direttissime al titolo: l’Argentina, il Brasile e la Germania. In più, si permette il lusso di passeggiare pure sulla migliore Polonia della storia, nonché rivelazione del torneo (dopo averci pareggiato nel deludente girone eliminatorio). Manca solo la Francia di Platini, oggettivamente una grande squadra (sebbene piuttosto acerba), futura campione d’Europa due anni dopo.

Certamente, un simile cammino incredibile fu frutto della pessima partenza: i tre pareggi nel girone tra cui l’ultimo, tristissimo, con il Camerun, ci spedirono diretti in seconda fascia per il turno successivo. Ed è ovvio che gli azzurri non sarebbero finiti in un secondo raggruppamento tanto difficile se le cose fossero iniziate con più slancio. Ma – anche se la storia non si fa con i se e con i ma – ci permettiamo di azzardare un giochino ipotetico: forse, non avrebbero neanche alzato quella coppa. Non ci sarebbe stata, forse, quella carica mentale, agonistica e tecnica a contrastare il perenne – e totalmente inspiegabile – complesso di inferiorità che attanaglia la nostra cultura calcistica, già allora convinta di non avere nessuna possibilità neanche di ben figurare in terra spagnola. E che dal suo passato non impara mai, nulla, neanche oggi. In compenso i criticoni attuali – identici a quelli di allora – saranno soddisfattissimi: il prossimo mondiale, purtroppo, potremo solo guardarlo in tv.

Stelio Fergola

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