Roma, 19 giu – Misogini, maschilisti, bigotti. In una parola fascisti. Oppure una grandissima fesseria. Se da una parte infatti c’è la malafede di una narrazione che vorrebbe far coincidere l’inizio della vita sociale delle donne con il 25 aprile 1945 dall’altra c’è la realtà dei fatti. La storia, che come sappiamo può essere scritta e riscritta (per certi versi anche giustamente, non rientrando nel novero dei libri sacri e incontestabili) alla lunga però non dovrebbe ammettere ignoranza. Un po’ come la legge: così se è giusto dare a Cesare quel che è di Cesare, lo è ancora di più riconoscere il cambio di passo di chi, in netto contrasto con lo spirito dei suoi tempi, cercò una terza via (anche) al femminile. Ben prima del 1968.
Fin dal principio
Facciamo quindi un passo indietro. 23 marzo 1919: la Prima Guerra Mondiale era finita da una manciata di mesi e le donne, con nutrite schiere di uomini in età lavorativa impegnati al fronte, avevano già familiarizzato con il mercato del lavoro, bisognoso di manodopera un po’ in tutti i settori. A Milano in quella prima domenica di primavera un noto giornalista e agitatore politico, reduce del conflitto, fonda i Fasci italiani di combattimento.
L’eclettico insieme umano si dota di un manifesto programmatico: al primo punto il «suffragio universale» con tanto di «voto ed eleggibilità per le donne». L’orientamento, in tal senso è chiaro ma, con l’ascesa al potere, il movimento mussoliniano dovrà poi fare i conti con il bigottismo della politica pre-fascista, la prossimità del Vaticano e le rigidità della corona.
La terza via femminile
Ad ogni modo il Fascismo provò comunque a tracciare la propria terza via al femminile, se così vogliamo chiamarla. Proprio in questi giorni l’edizione italiana del mensile americano Men’s Health ha dedicato un interessante contributo a Carina Massone Negrone, «la donna che ha ridisegnato i confini del cielo». Nata a Bogliasco il 4 giugno 1911 è stata la prima italiana a ottenere il brevetto di volo. Correva l’anno 1933 e due sole primavere più tardi con un biplano Caproni ha raggiunto – a oltre dodicimila metri d’altezza – un primato mondiale per aerei a elica ancora imbattuto.
I medici le avevano caldamente consigliato di non superare quota undicimila ma la ragazza, nel pieno del dinamismo fascista, spostò quel limite – umano e tecnico – un po’ più in là. In stretti rapporti con Italo Balbo nel secondo dopoguerra creò una scuola di pilotaggio intitolandola all’amico Giorgio Parodi (aviatore, co-fondatore della Moto Guzzi, partecipò ad entrambi i conflitti mondiali e alla Campagna d’Etiopia).
Nel 1954 un altro primato: ancora con il mito futurista della velocità, divorò la tratta Brescia-Luxor alla media di 299 chilometri orari, arrivando in Egitto dopo tredici ore e mezza di volo ininterrotto. Sportiva a tutto tondo, si destreggiò nel nuoto, nello sci e nel tennis. E sì, per chi se lo chiedesse, trovò anche il tempo di diventare madre.
Imprenditoria, sport e cultura
Ma – dall’ambito imprenditoriale alla cultura, passando per lo sport – sono diversi gli esempi di donne che durante l’esperienza fascista riuscirono a distinguersi. Dopo aver rilevato a inizio secolo una piccola drogheria insieme al marito, Luisa Spagnoli trasformò un’anonima bottega umbra in una piccola azienda destinata a diventare grande. Al successo della Perugina da un’altra sua intuizione seguì il successo postumo dell’omonimo marchio d’abbigliamento. I dipendenti della famiglia Spagnoli, già nella prima metà del Novecento, potevano disporre di abitazioni dedicate, spacci aziendali e asili interni.
Impossibile non citare poi Margherita Sarfatti. Dimenticatevi la predatrice sessuale, prostituta dei salotti buoni di M – il figlio del secolo: la critica d’arte di origini ebraiche fu donna di altissimo livello intellettuale. Biografa del Duce, direttrice editoriale della rivista Gerarchia e fondatrice del movimento artistico Novecento. Sia la Spagnoli che la Sarfatti ebbero tre figli.
Ondina Valla – al secolo Trebisonda per una fascinazione turca del padre – è stata invece la prima donna italiana a vincere l’oro in un’Olimpiade. Dai successi bolognesi in età adolescenziale al sogno americano: ma pesanti pressioni e ingerenze vaticane (a proposito di misoginia…) la fecero depennare dalla lista di Los Angeles 1932. Ostacolista e velocista si rifarà quattro anni più tardi a Berlino, portando a casa la medaglia più ambita negli ottanta metri ostacoli. Simbolo di un’epoca, esempio per un’intera generazione: classe 1916, il sole in un sorriso si spegnerà nel 2006. Aveva vissuto gli ultimi anni insieme al figlio.
Marco Battistini