donneRoma, 8 mar – Il fascismo e le donne: machismo brutale e sesso femminile relegato a casa, a sfornare figli per la patria. Quante volte lo abbiamo letto? Peccato che la storia ci racconti altre cose. Già prima della marcia su Roma, pur nella difficoltà del periodo rivoluzionario, erano comunque un centinaio le militanti donne del fascismo, mentre a Monza, il 12 maggio 1920, fu fondato il primo fascio femminile. E qui, di fatto, si apre tutto un mondo sconosciuto ai più e spesso ignorato anche dagli storici meno avvezzi a scardinare i pregiudizi; un mondo che, ha scritto Luca Leonello Rimbotti, va «da Leda Rafanelli, anarchica e futurista, a Margherita Sarfatti, leader culturale e vicedirettrice di “Gerarchia”; dalla poetessa Ada Negri (la prima donna a entrare nell’Accademia d’Italia) alla giornalista Elisa Majer Rizzioli (“marcia su Roma” e artefice dei Fasci femminili), alla pittrice triestina Amalia Besso, alla chirurga Carmelita Casagrandi, fondatrice del Fascio femminile di Padova, alle squadriste Ines Donati, Emilia Carreras o la fiorentina Fanny Dini, che negli anni Venti parteciparono agli scontri di piazza in camicia nera insieme agli uomini, e la prima ne morì… e fino alla nutrita schiera delle donne di Salò, in divisa militare e maneggiatrici di contraeree».

Una volta giunto al potere, il fascismo cercherà di scardinare i vecchi pregiudizi bigotti. Se il primo punto del Manifesto di Sansepolcro chiedeva «voto ed eleggibilità per le donne», la legge del 22 novembre 1925 stabilì in effetti il voto femminile nelle elezioni amministrative, anche se è vero che la misura restò di fatto senza conseguenze pratiche dopo che venne instaurata la nomina dall’alto dei podestà. Nel 1938, del resto, Mussolini cercò addirittura di far sì che le donne fossero rappresentate alla Camera dei fasci e delle corporazioni, ma Vittorio Emanuele si oppose all’idea. Il che fa ben comprendere da quali ambienti arrivassero le maggiori resistenze al superamento dei vecchi schemi sociali e culturali. La verità è che il fascismo intendeva offrire alle donne «una terza via tra l’oratorio e il focolare. Quella della nazionalizzazione dei destini individuali chiamando ciascuna persona, uomo o donna, a partecipare attivamente alla costruzione della grandezza del proprio Paese», come ha scritto Annalisa Terranova nel suo Camicette nere.

Sangue di Enea Ritter

Nella battaglia contro le cristallizzazioni codine della società prefascista non mancheranno le difficoltà, anche se nel contesto dell’epoca appaiono oggettivamente come rivoluzionarie, per esempio, le norme che stabilivano la non licenziabilità in caso di gravidanza e un periodo d’attesa per la maternità. E che dire di numeri come quelli che vedono, tra il 1929 e il 1939, 18mila laureate e 25mila diplomate in licei e istituti tecnici? Intanto il 10 dicembre del 1925 veniva fondata l’Omni, Opera nazionale per la maternità e l’infanzia, ente che rimarrà in vita fino al 1975. L’Omni si occupava di dare sostegno alle ragazze madri, ai figli illegittimi, alle vedove, alle famiglie problematiche in genere. Nel 1940 l’ente sovraintendeva 9617 centri e disponeva di 59 “cattedre ambulanti di puericultura”. E i risultati non tardavano ad arrivare: se prima della Grande guerra, in Italia, veniva riconosciuto il 62% dei figli illegittimi, già nei primi anni Trenta si era arrivati al 77%. Il tasso di mortalità nel primo anno di vita si ridusse del 20%. Il fascismo si dette inoltre da fare per rendere più moderno e sicuro il parto, dando dignità professionale e tecnica alla figura della “levatrice”, ribattezzata nel 1937 “ostetrica”.

Non solo: sfidando il moralismo imperante, il fascismo porterà negli stadi e nelle palestre migliaia di giovani, in un’impresa di mobilitazione collettiva che praticamente creava dal nulla qualcosa – lo sport femminile, appunto – del tutto assente in Italia prima del 1922. Il tutto non senza dover subire le ironie acidule dell’Osservatore Romano, che nel 1934 sghignazzava sugli spettatori giunti «per ammirare più le forme delle gareggianti che non la forma intesa in puro senso sportivo». Ben diversamente la pensava il fascismo. «E perché mai – si chiedeva la rivista Lo sport fascista – il concetto latino di “mens sana in corpore sano” avrebbe dovuto escludere la donna e in ispecie le donne giovani dallo sport?». La stessa rivista dipingeva la donna fascista come un esempio di salute nello spirito e nel corpo, lamentandosi di come rallentasse il raggiungimento di tale obbiettivo il fatto di veder la donna «relegata nell’ombra chiusa, mucida e malsana» delle quattro mura domestiche. Nel 1935, G.A. Chiurco è ancora più esplicito: «Nello stato fascista non si può concepire la donna chiusa nella sua casa». Non sempre, purtroppo, tale consapevolezza giunse per intero a intaccare i vecchi pregiudizi prefascisti, anche se è grazie allo sforzo del regime che alle Olimpiadi del 1936 l’Italia riuscì a conquistare, con Ondina Valla, una storica medaglia d’oro negli 80 metri a ostacoli, che l’atleta festeggiò con un saluto romano dal gradino più alto del podio. La Valla fu poi ricevuta con tutti gli onori a Piazza Venezia da Mussolini.

Sottratte alle cure soffocanti del familismo retrogrado, inserite in una dimensione intrinsecamente politica e pubblica, le donne fasciste sperimentavano insomma una discontinuità radicale rispetto a quelle delle generazioni precedenti: le giovani italiane del regime «non erano più attaccate alla gonnella delle madri ed erano riuscite a farla finita con la reclusione delle sorelle maggiori, le quali, alla loro età, uscivano solo in compagnia della mamma o della zia», ha riconosciuto la pur antifascistissima Victoria de Grazia nel suo Le donne nel regime fascista. Il segretario del Pnf Augusto Turati, nel giugno del 1930, si rivolgeva alle giovani italiane invitandole a non essere «né falsamente severe né stupidamente frivole» per concludere con un perentorio: «Nego che la modestia o la virtù possano consistere nel tenere bassi gli occhi». Dopo l’esperienza delle Saf, il primo esercito femminile il mondo voluto dal fascismo durante la Repubblica sociale, ci penserà il ventennio reazionario 1945-1965 a far riabbassare loro gli occhi, imponendo loro il bigottismo democristiano.

Adriano Scianca

7 Commenti

  1. Il fascismo sansepolcrino veniva chiaramente etichettato dallo stesso Mussolini come libertario, non a caso. Ma in un senso ben diverso da individualistico o anarchico. Poi ci si è dovuti alleare con cattolici e monarchici, i quali, soprattutto gli ultimi, hanno mandato a catafascio tutto proprio all’ultimo momento.

  2. Che senso ha dare il diritto di voto alle donne se poi lo stesso pnf con le leggi fascistissime scioglierà tutti i partiti? Vi prego rispondetemi perché ho bisogno di capire

    • La svolta autoritaria non era nella visione programmatica di Mussolini, fu la conseguenza del delitto Matteotti che gli impose una scelta: abbandonare o rilanciare.
      Gianfredo

      • Coooosaaa… Ma qui stiamo scherzando! Su questo giornale pare che la donna, che durante il fascismo era privata di tutto quanto non fosse fare solo la casalinga, sia stata vittima di un pre-ventennio peggiore e che il fascismo l’avesse addiritura emancipata. In realtà, con l’aiuto interessato della Chiesa Cattolica, la annientò. Ciliegina sulla torta, l’affermazione folle ed incredibile di sostenere che dopo il ’45, la donna in effetti tornò ad esser prigioniera democratica di se stessa, quando piano piano finalmente a cominciare dal voto, dall’aver accesso a tutte le professioni, ai diritti nella famiglia, alla parità verso i figli, alla parità verso il patrimonio della famiglia, al diritto di organizzazione, al diritto di carriera (le rare eccezioni di donne spesso benestanti nel fascismo, furono appunto mosche bianche) ed a mille altre cose di cui il facismo la privò, se non fossero stati argomenti ed aventi gravi, sarebbero comiche queste affermazioni. Incredibile che esista ancora gente “fascista” che difende il fascismo contro ogni logica e verità!

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