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Philip Stein legge la sua relazione presentata all’Istituto Iliade di Parigi.

Quella che segue è una versione abbreviata di un contributo di Philip Stein che è stato pubblicato per la prima volta in tedesco sulla rivista austriaca «Neue Ordnung». È altresì prevista per il prossimo autunno la pubblicazione di una traduzione francese per la rivista «Krisis». L’articolo, in particolare, nasce dall’esigenza di ripensare criticamente e fronteggiare provocatoriamente alcune derive vetero-nazionaliste della destra tedesca, la quale troppo spesso tende a idealizzare la vecchia Repubblica federale preunitaria. Il contributo si avvale invece come ispirazione dell’idea di «eurofascismo» formulata dal noto scrittore e intellettuale francese Pierre Drieu La Rochelle. Pubblichiamo con piacere questo articolo, dal titolo volutamente provocatorio, per suscitare un dibattito sul futuro dei popoli europei, il quale coinvolgerà nei prossimi giorni diversi nostri collaboratori. [IPN]



Roma, 14 apr – L’elenco di coloro che negli ultimi anni hanno pubblicato opere critiche sull’Unione Europea è lungo e autorevole. A dar man forte a questi scritti sono poi sopraggiunti i partiti euroscettici che, relativamente ai contenuti, si distinguono per la loro critica ai meccanismi politici e decisionali di Strasburgo e Bruxelles, puntano il dito contro gli errori di impostazione e costruzione dell’euro, lamentano un deficit democratico e, infine, propongono all’elettore l’uscita dall’Unione Europea come panacea di tutti i problemi europei. Al centro del programma politico della destra conservatrice si trova per lo più il ritorno allo Stato nazionale, concepito generalmente come paradigma della sovranità nazionale e utilizzato, dunque, come sinonimo di conservazione dell’identità etnica e culturale. È bene sottolineare che l’euroscetticismo e il desiderio d’uscire dalla Ue che vi si accompagna non sono affatto castelli in aria di reazionari complottisti, bensì la logica conseguenza del fallimento, su tutti i fronti possibili, delle politiche di integrazione europea.

In tal senso Alternative für Deutschland (Afd) rappresenta in Germania l’esempio emblematico di come questa politica fallimentare abbia indotto cittadini finora poco coinvolti nella vita civile, soprattutto professori ed economisti, a una resistenza su base razionale e intellettuale che si è poi tradotta nella formazione di un partito. Tuttavia, con il rafforzamento delle forze euroscettiche a discapito dell’europeismo, stiamo forse assistendo anche a una svolta genuinamente europea, a un tangibile Umbruch, una frattura decisiva? Che cosa farà seguito a un’uscita dalla Ue? Quali scenari, quali visioni d’avvenire si profilano? Queste domande sono le questioni capitali sul futuro dei popoli europei, a cui le varie forze non conformi d’Europa – a parte qualche eccezione – devono ancora dare una risposta.

Quest’impotenza intellettuale è dovuta al fatto che la maggior parte della destra conservatrice ed euroscettica non ritiene necessario elaborare concetti alternativi e immaginare visioni d’avvenire non convenzionali. Regna piuttosto il desiderio di una stasi storica, nella speranza, con un passo all’indietro, di poter correggere gli spiacevoli effetti causati dalle politiche degli ultimi decenni. Ridare maggior potere agli Stati nazionali, reintrodurre le valute nazionali, rafforzare i controlli delle frontiere e, da ultimo, eliminare l’idra di Bruxelles: questo è ciò che propone come soluzione al problema europeo il gran numero dei partiti, scrittori e intellettuali euroscettici. Nel nostro libro Junges Europa: Szenarien des Umbruchs [Giovane Europa: scenari di una frattura rivoluzionaria], Felix Menzel ed io abbiamo osato attaccare e mettere sul banco di prova il dogma obsoleto del rafforzamento degli Stati nazionali come soluzione della questione sul futuro dell’Europa. Dove regnano nostalgie romantiche e imperiali [del Sacro romano impero germanico; ndr], ogni via d’accesso a visioni d’avvenire nuove e avanguardistiche è infatti sbarrata. Una visione d’avvenire, che negli ambienti di destra si scontra fondamentalmente contro orecchie da mercante, è quella di una federazione dei popoli nazionali d’Europa su basi repubblicane – ergo uno Stato federale europeo. Ma perché tutto ciò?

Il 21 agosto 1849, nel suo discorso d’inaugurazione presso il congresso di pace a Parigi, lo scrittore francese Victor Hugo ha saputo formulare una chiara visione d’avvenire per l’Europa: «Verrà un giorno in cui in Francia, in Russia, in Italia, in Inghilterra, in Germania, in tutte le nazioni del continente, senza perdere le nostre qualità distinte e le nostre gloriose individualità, vi unirete serenamente in un’unità superiore e costruirete la fratellanza europea». Eppure Hugo non fu l’unico che sognò un’Europa comune e unita. Anche l’italiano Giuseppe Mazzini, che sempre lottò per l’ideale di libertà, il filosofo spagnolo Ortega y Gasset o il giurista tedesco Carl Schmitt, con il suo concetto di Europa come katechon, desiderarono ardentemente una tale federazione di popoli. Sarebbe peraltro un errore credere che l’Ue, con il suo mito fondatore dell’integrazione europea, avrebbe già tentato invano di realizzare questa visione d’avvenire. Ciò che infatti manca all’Unione sin dalla sua fondazione è innanzitutto l’ancoraggio ai princìpi della tradizione spirituale europea; ma, soprattutto, le manca la consapevolezza che un’Europa comune può funzionare solamente se essa scaturisce dalla volontà di popoli liberi, invece di essere il prodotto di una costrizione collettiva.

Per come noi la sperimentiamo in questi giorni, l’Ue è solo un’immagine deformata e nient’affatto fedele di ciò che l’Europa, secondo la sua idea più genuina, dovrebbe rappresentare. L’eurocrazia di Bruxelles si è infatti rivelata troppo debole e corrotta per poter affrontare i problemi essenziali e vitali dei popoli europei. Essa è riuscita unicamente nell’impresa di recare un enorme danno all’idea di un’Europa unita, rendendola inoltre uno spauracchio agli occhi degli ambienti non conformi. Eppure l’Europa è molto di più: è un’idea, una visione d’avvenire, un richiamo all’eredità spirituale, e anzi un rinascimento rivoluzionario.

Tra l’altro, era proprio l’idea di un’Europa unita e “socialista” che si diffuse a partire dall’inizio degli anni Trenta, per offrire agli europei la possibilità di una battaglia comune contro il bolscevismo sovietico. Uno dei più noti e precoci sostenitori di un’idea di Europa unita fu lo scrittore francese Pierre Drieu La Rochelle, che, in quanto fautore di uno Stato federale europeo, attirò al suo tempo su di sé numerose critiche. Già nel 1922 scrisse in un suo saggio: «L’Europa costituirà una confederazione di Stati, altrimenti inghiottirà sé stessa, oppure sarà inghiottita». Drieu era fortemente convinto di questa necessità e richiese di conseguenza l’annullamento di qualsiasi confine all’interno dell’Europa come primo passo verso una soluzione sovranazionale. Per Drieu, in quanto fascista, l’«ardente desiderio di un’Europa che superi i singoli e sterili nazionalismi» era uno dei requisiti fondamentali per preservare in futuro l’Europa dai pericoli interni ed esterni. Ma anche in altri Stati europei si diffusero simili visioni d’avvenire grazie a personalità di spicco come Sir Oswald Mosley con la sua British Union of Fascists oppure come il belga Léon Degrelle e il suo movimento rexista.

Ma per quale motivo i movimenti non conformi dell’Europa di oggi dovrebbero battersi per questo Stato federale? L’impotenza, citata in apertura, delle intelligenze di destra si riflette anche nel fatto che, già da diverso tempo, non si è più in grado di suscitare nuovi impulsi culturali ed elaborare nuove visioni d’avvenire che possano riformare il pensiero e infine anche l’azione del proprio ambiente di riferimento. Per quanto le varie storie nazionali conservino certamente nel loro patrimonio numerosi elementi che possono fornire da esempio, non sono tuttavia le battaglie del secolo scorso che devono essere condotte al giorno d’oggi. Troppo spesso, infatti, le idee e i progetti di destra si orientano in base a schemi statici e rigidi, che nel frattempo sono diventati veri e propri dogmi. Uno di questi è senz’altro lo Stato nazionale inteso come santuario e sicuro garante dell’identità nazionale. Eppure il discorso rimane fermo e gira a vuoto. Com’è possibile tornare allo Stato nazionale? Quali vie bisogna imboccare? Ma è proprio possibile, in senso assoluto, parlare di un ritorno? Sebbene lo Stato nazionale sia negli ambienti della destra conservatrice un dogma sostanzialmente inattaccabile, purtuttavia non si cessa da anni, forse da decenni, di incentrare su di esso le questioni decisive per il proprio ambiente e per la propria nazione di riferimento. Solo in pochi sono in effetti pronti a rinunciare ai paraocchi per aprirsi invece a nuove visioni d’avvenire. Al contrario, è proprio la questione dell’Europa, cioè come le forze non conformi si immaginano il futuro del nostro continente e la sua configurazione, che dovrebbe essere oggi al centro della riflessione e del dibattito.

Infatti, tutta l’Europa è in fermento, sicché sarebbe ora per i movimenti non conformi di offrire un programma complessivo e una visione d’avvenire per la soluzione della questione europea. E, invece, ciò che producono i think tank delle destre europee lascia molto a desiderare. Sono in particolare i partiti euroscettici che da anni si accontentano solo di una mera critica negativa all’Unione Europea e alle sue istituzioni: annientare l’Ue, ritornare allo Stato nazionale, rafforzare i confini. È tutto qui il risultato di una pluridecennale politica di destra? Se è così, allora si tratta proprio di un disarmante certificato d’incapacità. Eppure non sono solo motivi di ordine programmatico e ideale a parlare in favore di uno Stato federale europeo. Anche su un piano strettamente pragmatico un tale Stato fornisce vantaggi decisivi per i vari popoli europei. Sarebbe effettivamente paradossale se la Repubblica federale tedesca decidesse di rinunciare all’energia atomica e ai rischi ad essa connessi e, contestualmente, la Polonia o la Repubblica ceca impiantassero nuovi reattori ai nostri confini. Anche le enormi ondate migratorie dall’Africa, che negli ultimi mesi hanno raggiunto l’ormai famosa cittadina italiana di Lampedusa, si sono abbattute sul welfare di tutti i paesi europei. È dunque diventato velocemente e dolorosamente chiaro che le ondate di profughi non rappresentano affatto un problema puramente italiano o tedesco, bensì riguardano immediatamente tutta l’Europa. Il caso Lampedusa così come i flussi migratori dall’Est, soprattutto di zingari, mostrano con estrema chiarezza che l’Europa deve sostenere con urgenza una linea comune e sviluppare una stretta collaborazione per quanto riguarda le questioni fondamentali del futuro del continente, in particolare politiche concertate per ciò che concerne l’immigrazione, la sicurezza, l’energia e le forze armate.

Molti di questi esempi dimostrano inequivocabilmente quanto al giorno d’oggi politiche intraprese dai singoli Stati nazionali siano in molti ambiti inadeguate: «L’Ue si immischia ovunque proprio là dove farebbe meglio a non intervenire. Un’Europa unita manca esattamente a causa della mentalità burocratica. Questioni che richiederebbero un intervento dell’Europa come politiche concertate su ambiente e sicurezza, invece, cadono presto nel dimenticatoio. L’Ue si mostra forte solo quando si tratta di ridistribuzione delle risorse (transfer union), regolamentazione (leggi antidiscriminatorie) e condizionamento ideologico (ad es. diffusione del gender mainstreaming)» (Felix Menzel). Un nuovo, giovane e comune Stato europeo deve invece percorrere in questi casi altre vie: deve innanzitutto occuparsi delle questioni decisive per la vita dei popoli europei, affinché venga loro garantita la salvaguardia della loro omogeneità etnica, della loro cultura e identità nazionale così come le loro basi economiche e libertà spirituale. Questo Stato dovrebbe sempre battersi per le questioni fondamentali e vitali dei popoli europei e per un loro rafforzamento in quanto unità contro le minacce interne ed esterne.

Prima del 1945 è stata soprattutto la minaccia del bolscevismo sovietico che ha indotto numerosi politici, scrittori ed intellettuali a farsi promotori dell’idea europea. Oggi si tratta ovviamente di altri problemi, che però nella sostanza non sono tanto diversi. Le minacce dall’esterno sono enormi: sono di natura economica, e però possono anche assumere la forma di armi concrete e di guerre reali. Ma anche al suo interno l’Europa si sta sgretolando: decadenza, perdita della misura, impotenza spirituale, senso del vuoto, rabbia diffusa così come un opprimente stato di frustrazione paralizzano il corpo e lo spirito degli europei. È quasi un nemico invisibile quello contro cui oggi bisogna combattere. Una rinascita dell’etica e dei valori morali, cioè l’annientamento della decadenza e la liberazione dall’impotenza occidentale, è possibile solo se l’Europa agirà di concerto e rimetterà al centro dell’agenda politica e culturale la comune tradizione puntoeuropaspirituale europea. Lo Stato nazionale ha avuto senza dubbio il suo tempo, la sua legittimità e ovviamente anche i suoi vantaggi e punti di forza. Eppure esso è ormai di fronte alla sua fine. È tuttavia da sottolineare che questo giudizio non ha nessuna pretesa di valenza universale. Il tempo degli Stati nazionali potrebbe anche ritornare, ma i tempi attuali, burrascosi e senza precedenti, richiedono tutt’altre soluzioni.

Rispetto all’India, alla Cina o al Brasile, per esempio, i relativamente piccoli popoli d’Europa, peraltro in crisi demografica, non possono affatto rappresentare, in quanto Stati nazionali, un contrappeso e un baluardo a difesa degli interessi europei. Inoltre, il mercato globale del commercio e della finanza è diventato così vastamente e ambiguamente reticolare e potente da schiacciare i singoli Stati nazionali. Solo un’Europa comune di liberi popoli è in grado di erigere un baluardo economico, politico e culturale tale da poter fronteggiare le nazioni emergenti extraeuropee. La costruzione di questo baluardo è assolutamente necessaria, se l’Europa e i suoi singoli popoli intendono fermare in qualche maniera il declino oggi in atto. Ripetiamolo ancora una volta: un’Europa comune, un autentico Stato federale europeo, non implica minimamente l’indebolimento dell’omogeneità etnica o l’abbandono dell’etica e delle tradizioni nazionali. Esso costituisce solamente la necessaria cornice statuale che sia in grado di arrestare la decadenza dell’Europa o, nel migliore dei casi, di riportarla alla sua antica grandezza. Ma senza una comune struttura statuale, quest’impresa sarebbe destinata inevitabilmente al fallimento.

La realizzazione di un’Europa siffatta può apparire irrealistica, romantica, forse addirittura troppo ambiziosa o il prodotto di una troppo giovane temerarietà. Ma che cosa saremmo, allora, se non osassimo l’improbabile e l’impossibile? Secondo Ernst Jünger la «nostra speranza risiede nei giovani che subiscono un innalzamento di temperatura». Oggi l’Europa subisce invece solo il soffocamento da parte dei vecchi, decrepiti spiritualmente, che sbarrano qualsiasi via per l’edificazione di un nuovo ordine. Giuseppe Mazzini, che nel 1830 fondò il movimento insurrezionale europeo Giovine Europa e per questo fu perseguitato dai regnanti del continente, ha trovato per il necessario “innalzamento di temperatura” della giovane generazione europea le parole più appropriate: «Noi siamo non solamente cospiratori, ma credenti: aspiriamo ad essere, non solamente rivoluzionari, ma, per quanto è in noi, rigeneratori».

Philip Stein

Traduzione di Ettore Ricci

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4 Commenti

  1. Ripensare l’Europa è indispensabile ma anche una federazione di Stati su base repubblicana è un pensiero vetusto e di matrice democratico-liberale, anche se piegata ad un socialismo comunitario. Meglio che niente ma è solo un placebo. L’unica federazione per un’Europa organica, comunitaria e tradizionale è su base imperiale, da Dublino a Vladivostok.

  2. strano che non sia stato citato il belga Jean Thiriart, fondatore di ‘Jeune Europe’ e autore del libro: ‘Europa: un Impero di 400 milioni di uomini’, il quale negli anni ’60 si oppose ai ‘piccoli-nazionalismi’, propugnando un’Europa unitaria e comunitaria, libera e indipendente dagli imperialismi, americano e sovietico.

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