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arnaldo da bresciaRoma, 6 ago – L’antefatto: nell’estate del 1143 il popolo romano, guidato dalla nobiltà dei milites, prende d’assalto il Campidoglio e dà vita alla renovatio senatus, cioè alla formazione di un’assemblea senatoriale tendente non solo a rivendicare l’eredità antica della Roma repubblicana ma soprattutto a governare la città al posto del Papa. È l’atto di nascita del comune di Roma. Un vero e proprio “atto rivoluzionario” come lo definisce Jean-Claude Maire Vigueur, da attribuire, di contro a una certa vulgata che parla di rivoluzione ‘borghese’ e ‘democratica’, soprattutto ai milites, come già aveva compreso un contemporaneo, pur lontano dalla realtà romana, quale Ottone di Frisinga, che correttamente riconosceva appunto all’ordo equestris il merito dell’iniziativa di aver ristabilito la senatoria dignitas.



È in questo contesto che torna a Roma Arnaldo da Brescia, già celebre figura di riformatore religioso e di implacabile oppositore del potere temporale della Chiesa. Molto probabilmente, fu all’influenza di Arnaldo che il popolo romano, oltre alla crescita del sentimento comunale e antipapale, dovette l’idea di riappropriarsi dell’antico diritto a riconoscersi come fonte originaria dell’autorità imperiale. Un diritto che si ebbe occasione di far valere concretamente all’epoca della prima discesa in Italia di Federico Barbarossa. In quell’occasione, in virtù appunto della lex regia de imperio, il Senato di Roma offrì l’imperium allo Svevo, ricevendone in cambio uno sdegnoso rifiuto. Il Barbarossa preferirà l’incoronazione da parte del pontefice, facendo in tal modo venir meno l’unica reale possibilità di sottrarsi alla tutela papale. E fu sempre il Barbarossa a catturare e consegnare Arnaldo da Brescia al papa, che lo condannò al rogo come eretico.

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Solo Manfredi, l’ultimo e, a mio parere, il più grande degli Staufen, in un lungo ‘manifesto’ inviato ai romani alla vigilia dell’invasione angioina (si tratta della celebre Epistola ad Romanos del 1265), riconobbe la piena legittimità della lex regia de imperio, accompagnando a questo riconoscimento la proposta, davvero rivoluzionaria per i tempi, di fare di Roma la capitale del suo regno italiano. Ma l’anno seguente, a Benevento, la fortuna delle armi arrise a Carlo d’Angiò, mettendo così fine ai sogni ‘italiani’ di Manfredi.

Giovanni Damiano

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2 Commenti

  1. E perchè proprio no? Non ho capito che legami o che ‘timore reverenziale’ dovremmo avere per il Barbarossa….

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