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Foto di gruppo dei dirigenti e segretari dell'internazionale comunista nel 1935. In prima fila da sinistra: Dimitroff(Bulgaria), Togliatti, Florin, Wan Min. In piedi da sinistra: Kuusinen (Finlandia), Gottwald ( Cecoslovacchia), Pieck (Germania), Manuilski (URSS)
Dirigenti e segretari della Terza Internazionale nel 1935. Tra questi, Plamiro Togliatti.

Roma, 2 mar – Accadeva il 2 marzo di quasi cento anni fa, nel 1919, quando si teneva a Mosca la Prima Internazionale Comunista e la terza delle Internazionali. La Prima aveva visto l’emersione e il riconoscimento dei movimenti operai e socialisti, la contrapposizione fra Marx e l’anarchico Bakunin, inclusa una comparsa, non felice, di Mazzini. La Seconda Internazionale seguiva il filone revisionista di Bernstein e l’attivismo terrorista dei due spartachisti Rosa Luxemburg e Karl Liebchenkt. Questo secondo esempio internazionalista si concludeva poi con lo scoppio della Prima Guerra Mondiale e la decisione presa dai vari partiti socialisti, con l’importante eccezione di quelli italiano e russo, di abbandonare il sogno internazionalista e di fare i conti con la realtà, cooperando coi rispettivi governi nazionali.

Il partito socialista italiano era però influenzato più dalla corrente bakuniana e anarchica che da quella riformista, strada che invece intraprenderà in seguito e, durante il periodo bellico nonché nel biennio successivo (il cosiddetto biennio rosso), si aggiudicherà il doppio demerito di non aver contribuito al successo della Nazione durante la Guerra e quello di ignorare e perfino condannare i sacrifici e i martiri morti per la vittoria. L’originale movimento bolscevico, da parte sua, a discapito di qualsiasi amore per la patria russa, si preoccupò di organizzare un colpo di stato contando sull’appoggio di militari di truppa e di operai. Nonostante il fallimento elettorale seguito alla prima rivoluzione compiuta con l’ausilio di altre forze politiche, in cui i bolscevichi vennero quasi esclusi dai seggi parlamentari, Lenin prese la decisione di chiudere con le armi il parlamento post-rivoluzionario e quindi di condurre un nuovo colpo di stato. La Terza Internazionale si presenta dunque come il bisogno irrinunciabile e vitale di farsi riconoscere, di ottenere un seguito e di organizzarlo: la rivoluzione permanente, idea forte del pensiero trotskista (sebbene di origine marxiana), fu dunque un motivo validissimo su cui fondare questa articolata alleanza mondiale.
La grande riunione dei partiti comunisti vedrà anche il passaggio ai vertici dell’Urss dal leader rivoluzionario e carismatico Lenin a un nuovo personaggio politico, uno statista formatosi tra i sindacati in Georgia e Azerbaijan, nella prigionia in Siberia comminata dalle autorità zariste, quindi nella burocrazia comunista: Stalin, l’uomo d’acciaio. Il concerto dei partiti comunisti fu influenzato dal cambio di guida, anche se la struttura fondamentale rimase pressoché intatta e organizzata in 21 punti programmatici che dettavano sia l’ordine delle cose sia il modo d’agire che avrebbero dovuto tenere i partiti aderenti. In primo luogo vi era richiesto il cambiamento di nome da partiti riformisti o socialisti a comunisti con l’immediata esclusione dei membri centristi, riformatori o tradeunionisti. La seconda chiara implicazione era la sottomissione al volere dell’organo centrale, in cui il ruolo maggiore era detenuto dal partito sovietico.

L’ideale comunista, che nasceva dalla spaccatura tra capitale e lavoro e otteneva compiutezza nella successiva frattura tra riformisti e rivoluzionari, trovava nel congresso la propria protesi organizzativa, lontanissima dalla rottura con le logiche borghesi proprio come il suo aspetto teorico ma che, al contrario, rispondeva direttamente alla necessità  di assicurarsi una merce di scambio con i rivali, ovvero un largo e irreggimentato potenziale di ricatto: una minaccia di sovversione e di rivolta che poteva – come l’Urss con la sua stessa esistenza dimostrava – generare una vera e propria rivoluzione. Il trauma seguito agli insospettabili successi dell’ammiraglio zarista Kolkat e la fine sanguinaria e ingloriosa del biennio rosso nel resto d’Europa avevano avuto senza dubbio un ruolo preminente nel far abbandonare a Josip Stalin l’ampia visione di rivoluzione permanente per un più realistico e possibile comunismo in un solo paese. Il regime, comunque e dovunque si fosse instaurato, aveva bisogno di un orizzonte chiaro e gravido di promesse, anelava al raggiungimento della pace in terra e di un ordine mondiale alternativo al capitalismo anglosassone. Tutto questo poteva essere realizzato solo con un duro lavoro di propaganda, ideologizzazione e preparazione di militanza, trasversale alle nazioni ed alle società. Di fatto i bolscevichi avevano mostrato chiaramente come anche un gruppo in minoranza potesse assumere il controllo della situazione se armato di fucili e coraggio. Il duro addestramento dell’Armata Rossa anche al combattimento corpo a corpo con l’utilizzo del sambo e in contemporanea un’epurazione fisica dei suoi alti ufficiali dovevano infine trasformarla nella terribile macchina da guerra in grado di proiettarsi per migliaia di chilometri oltre i confini russi. La sfiducia verso la Società delle Nazioni, antesignana dell’Onu, era chiaramente sottolineata in uno dei punti dell’Internazionale, che la vedeva come una tigre di carta, forse anche per lo stesso motivo per cui Hans Kelsen ne mise in luce la difficile sopravvivenza, ovvero la mancanza di un organo giudiziario sovraordinato (oltre che di un esercito).

La Terza Internazionale conobbe la sua fine nel 1935 quando Stalin incoraggiò a dar vita a nuove formazioni politiche in Europa come i Fronti Popolari: un compromesso pagato a caro prezzo nello spazio dell’ideologia rivoluzionaria ma gratificante nell’ambito politico. Questi permisero all’Urss di entrare a pieno titolo nel concerto delle nazioni a fianco dei vecchi nemici di classe e di trovarsi di fronte un unico nemico – il fascismo – forse il solo in grado di abbattere il capitalismo borghese e finanziario. Il traghettamento verso le accoglienti sponde della borghesia fu il primo passo fatale del comunismo bolscevico, anzi del comunismo tout-court, dal momento che il più grande e autenticamente comunista tra i regimi mai apparsi sulla Terra – quello sovietico – morì di un’agonia lenta e dolorosa che ben prima dell’Afghanistan o della crisi economica va ricercata nella routinizzazione del regime e nel suo svuotamento di valori e simboli. Nato come baluardo contro il capitalismo, che già Marx acutamente osservava dominante a metà del diciannovesimo secolo, di profonda vocazione rivoluzionaria e popolare, finì per non reggere se stesso e il proprio compito accostandosi a visioni meno profonde e meno radicali. Il fine escatologico del sistema comunista necessitava di milioni di morti e di miseria, sperando di dare un nuovo senso al mondo ma, come di nuovo l’Unione Sovietica insegna, il cambiamento dello spirito non è mai avvenuto, mai si è formato un popolo di guerrieri o di oltre-uomini, latori di nuovi valori e simboli.

Sopra le rovine delle sue montagne di sangue, che non ne hanno impedito l’irrilevanza ideologica, si è edificata quindi una vaga vocazione internazionalista, parodistica del trotskismo, vicina a posizioni cattoliche ecumeniche e serva indifferente del capitalismo, o perfino parassiticamente alla deriva lungo la corrente della globalizzazione oggi arenata sui propri stessi limiti: una fine che più ingloriosa di così non poteva essere. In un barlume di saggezza non priva di opportunismo politico e di tragico ritardo, tuttavia, uno dei massimi esponenti del comunismo italiano, Palmiro Togliatti, all’indomani del tramonto della Terza Internazionale di cui era delegato di spicco, nel 1936 lanciò un famoso appello ai fratelli in camicia nera, pur’essi lavoratori ma autenticamente antiborghesi. Poche significative righe varranno a chiarire finalmente e fuor d’ogni dubbio cosa poteva essere la traiettoria del comunismo e cosa, invece, non è stata: “La causa dei nostri mali e delle nostre miserie è nel fatto che l’Italia è dominata da un pugno di grandi capitalisti, parassiti del lavoro della Nazione, i quali non indietreggiano di fronte all’affamamento del popolo, pur di assicurarsi sempre più alti guadagni, e spingono il paese alla guerra, per estendere il campo delle loro speculazioni ed aumentare i loro profitti. […] È l’ora di prendere il manganello contro i capitalisti che ci hanno divisi, perché ci restituiscano quanto ci hanno tolto”. Quanti dei pallidi protagonisti della farsa post-comunista contemporanea osano ricordarlo?

Cosimo Meneguzzo

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