Roma, 20 gen – Il Mc Donald’s automatizzato e robotico? Non proprio, ma non ci andiamo troppo lontani. L’inquietudine del primo mese e mezzo di vita del primo ristorante della nota catena statunitense ad essere automatico in quasi tutte le sue funzioni (aperto in Texas) però, non si può nascondere.

Mc Donald’s automatizzato e le inquietudini sul futuro

Non che il Mc Donald’s sia una notoriamente una primizia, automatizzato o meno, quindi la questione potrebbe fregarci il giusto, ovvero molto poco. Ma sappiamo bene che, se qualcosa comincia in qualche sede aziendale, è facile che presto si diffonda in altre. Se inizia in un Paese, è altrettanto facile che si sviluppi in altri. Se poi la Nazione in questione sono gli Stati Uniti d’America, è solo questione di tempo: ciò che c’è lì, prima o poi arriva anche qui. Il The Guardian raccontava un mese fa delle “peripezie” del nuovo locale, più piccolo dei classici ristoranti della catena, che serve tramite sportello automatico Big Mac, Happy Meal, e relativi “compari”, tramite un nastro trasportatore.

Per carità, si parla sostanzialmente di cibo da asporto. Per ora. Perché l’operazione in corso in Texas viene definita apertamente “un test”, atto a “migliorare la velocità e la precisione degli ordini”. Come da mantra ipercapitalista, l’obiettivo è sempre estendere all’infinito, quindi essere più rapidi per produrre, in buona sostanza, di più. In un mondo che, per ironia della sorte – e forse di qualco’s altro – viaggia verso l’impoverimento. Cosa di cui lo stesso Texas è testimone, dal momento che la paga minima è di 7,25$ per ora e “non è aumentata nell’ultima decade”. E qui parte la polemica, la preoccupazione: con il ristorante quasi del tutto automatizzato, i lavoratori assunti sono decisamente di meno.

La cucina è ancora “libera e umana”

Il Mc Donald’s del Texas in questione non è completamente automatizzato, visto che la cucina è ancora “umana”. Lì, il personale lavora per cucinare i panini, poi inseriti nel sistema di impacchettamento e servizio al pubblico. Un sospiro di sollievo per molti, si penserà. Non proprio, considerando che i “cuochi robot” già esistono, sebbene in altre realtà. Euronews in tal frangente racconta una storia interessante ed angosciante: “Immaginate se un robot sostituisse un vero chef. In un ristorante parigino questo scenario è già realtà**. Un androide di nome Pazzi** prepara e serve fino a 80 pizze all’ora senza aver bisogno dell’aiuto umano. Il processo è semplice e chiaro: il cliente ordina presso un ricevitore automatico prima che le braccia del robot inizino a fare l’impasto, spalmare la salsa, aggiungiere gli ingredienti – tutti biologici – e infornare la pizza. Il ritiro viene effettuato con un codice QR.” Ora, mettendosi nei panni di chi cerca – da anni – di abbassare sempre più il costo del lavoro, e recependo semplicemente l’informazione sulla velocità di produzione (in questo caso riguardante le pizze, tralasciando ovviamente la dubbia qualità delle stesse) la domanda sorge spontanea: chi non sarebbe ingolosito – metaforicamente – da una prospettiva simile?

La robotica e il lavoro

Ogni rivoluzione tecnologica o sociale si porta dietro dei disagi, spesso inter-generazionali, che vengono “risolti” o comunque attenuati da una ricollocazione successiva dei lavoratori. Ad esempio, alla fine dell’Ottocento si potrebbe ricordare il ben noto mestiere di “scrivano”, che si concretizzava nell’attività di – appunto – scrivere lettere e documenti per chi non era istruito. L’alfabetizzatione – specialmente in Italia – all’epoca era ancora bassa, di conseguenza quel tipo di lavoro aveva una sua rilevanza, poi scomparsa con la diffusione capillare nella pressoché totalità della società della capacità di leggere e scrivere. Ciò non ha ovviamente impedito di generare altre professioni in grado di “rimpiazzare”, e non ha imedito all’Italia di raggiungere livelli di piena occupazione negli anni Sessanta del secolo scorso. In ogni caso, si tratta di passaggi epocali estremamente delicati, generatori di danni sociali enormi. La “robotica” nel lavoro non può non preoccupare, nonostante le rassicurazioni di gran parte della stampa mainstream e dei cosiddetti “esperti”. Si parla di una “integrazione con l’uomo” che però dovrebbe “conciliarsi” con la più grande sostituzione di lavoro umano mai vista nella storia. I robot e le macchine potrebbero essere in grado di fare – se non tutto – davvero quasi tutto. Impossibile non rimanerne affascinati e terrorizzati al tempo stesso.

Stelio Fergola

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