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Roma, 16 apr – Il 22 marzo è uscito su Netflix The Dirt, esagerato e controverso biopic sulla carriera di una delle band glam/sleaze metal più provocatorie e amate di tutti i tempi: i Mötley Crüe. Il film, diretto dal regista Jeff Tremaine (creatore e regista della serie televisiva fuori di testa Jackass, in cui alcuni stunt improvvisavano gag pericolose e becere) si ispira al libro scritto dalla stessa band californiana assieme allo scrittore Neil Strauss e intitolato The Dirt: Confessions of the World’s Most Notorious Rock Band (pubblicato in Italia dalla pregevolissima Tsunami Edizioni). Il film condensa in 108 minuti gli episodi principali del gruppo losangelino, da una brevissima biografia personale iniziale, alla fondazione della band nel 1981 a tutte le tappe principali della loro carriera (live, album, matrimoni. Con la voluta esclusione di un personaggio ingombrante come Pamela Anderson, terza moglie del drummer Tommy Lee). Risultati immagini per tommy lee pamela wedding

Donne, droga, esuberanze, alcool a fiumi, bagordi infiniti. Un passaggio troppo repentino dalla vita “media” al successo più esagerato. Fino al fondo della dipendenza esasperata da cocaina e addirittura eroina (per il bassista Nikki Sixx, fondatore della band). Per questioni di spazio, ovviamente, il film comprime alcuni periodi e si prende alcune licenze poetiche (alle quali però ammicca, ammettendole sfrontatamente. In una sorta di gioco scherzoso). Sullo schermo si alternano registri differenti. C’è tutta l’inquietudine di alcune storie personali, di un’amicizia durata decenni ma sofferta, di tradimenti, incomprensioni, eccessi. La band si “racconta” e si fa raccontare senza idealizzazioni.
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Nei propri difetti, nei propri limiti, nelle propria meschinità. Senza pietismi o finalità didascalico – escatologiche. Il film è un decalogo di quello che, nel bene e nel male, era l’heavy metal tra fine anni ’70 e inizi anni ’80. Non quel genere per vittimisti piagnoni in cui lo stanno trasformando gli hipster affetti dalla sindrome da accettazione sociale. L’heavy metal era un genere insofferente e nichilista. Certo, non con la vena oscura del punk (al quale pure il glam metal, a differenza dell’heavy classico, si ispirava dichiaratamente, rispolverando anche un look che strizzava l’occhio al glam rock/punk). Imperdibile la scena del primo live, davanti a pochissimi intimi, iniziato con una rissa colossale, con tanto di strumenti schiantati sulla testa dei malcapitati. O le follie del primo vero tour, in piscina, con il folle “Zio Ozzy” Osbourne con tanto di pratiche disgustose che non rivelerò invitando alla scoperta con la visione del film.
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Ma anche tra feste e divertimenti, l’annichilimento da droghe ed alcool, conduceva necessariamente ad un punto di non ritorno. Non c’è nessuno sguardo compiaciuto o autoassolutorio. Ovviamente, una carriera così lunga è stata costellata da molti più aneddoti di quanti un libro e un film potessero raccontare. Ma il film rende bene la temperie di quegli anni. Gli anni gloriosi della scena californiana. Una scena i cui membri hanno percorso, più o meno, le stesse strade e le stesse vicissitudini. I Mötley non rinnegano niente. Pur ammettendo i propri errori, pagati con coerenza sulla propria pelle. I soldi e il successo non sono tutto. E, ad un certo, punto, quella vita che sembra un sogno e una festa continua si trasforma nel peggior incubo. E nella schiavitù verso situazioni e dinamiche in cui si finisce per perdere libertà e dignità (gli stupefacenti, l’eccessivo business, i rancori personali). Su tutto questo la storia di una “fratellanza” che dura ancora. Pur messa alla prova dagli eventi dalla vita. Alla fine della fiera, dopo ogni fondo raschiato, i 4 losangelini si sono ritrovati sempre. All for one and one for all. Per qualcosa di più di un genere musicale o dei soldi e della fama.

Anni esaltanti e tormentati. “We Are The Mötley FUCKIN’ Crüe”. Così chiosa alla fine la band. Un’epopea che ci ricorda quanto il rock potesse essere controverso e libero (negli atteggiamenti, nel modo di vivere, nella condotta morale). Senza pressioni e cedimenti al buonismo imperante. Anche il rock e il metal mainstream pretendevano, certo assurdamente e senza poterci riuscire, di ribellarsi al baraccone che gli forniva “la grana” per vivere. Ma senza quel piglio moralistico e insopportabile da scout dei moderni “estremisti” musicali. Che si sentono bullizzati perché il metal viene discriminato. E sembrano voler trasformare, ogni giorno, un genere nato per ribellione in una specie di inno per buoni samaritani che vogliono “redimersi” agli occhi del mondo. In questo, essendo decisamente più “rivoluzionari” (in termini di costume sociale) ed aggressivi di certe band di metal estremo odierno che sembrano più voler suonare un genere senz’anima e lontano dagli ideali delle origini che non vivere uno stile di vita da portare alle estreme conseguenze … il metal non aveva alcuna intenzione di essere “rassicurante”.


Era una ribellione, forse confusa, forse inconsistente, alle regole della società borghese e delle famiglie perbeniste. Purtroppo, molte nuove leve del metal, attualmente, ricordano più i “vecchi” genitori – censori che non i figli che ne cantarono la rivolta … è davvero assurdo pensare che i figli e i nipoti di chi ieri voleva infrangere le regole del “conformismo” bigotto oggi invece vogliano imporre costrizioni, boicottaggi e biasimo se si deraglia dai decaloghi prestampati di un’etica imposta a suon di repressione e linciaggio mediatico. Mala tempora currunt …

Maurizio L’Episcopia

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