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“The Dirt”, il film dei Mötley Crüe. Quando il rock’n’roll era “politicamente scorretto”

by Ilaria Paoletti
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Roma, 6 apr – The Dirt è un film del 2019, diretto da Jeff Tremaine e incentrato sulle mirabolanti avventure dei Mötley Crüe, band di hair rock americana formatasi negli anni ’70 ad Hollywood e che avrebbe cambiato il volto della musica anni ottanta mondiale.

Un’autobiografia senza peli sulla lingua

Prima di tutto, c’è da dire che il film è tratto dall’autobiografia The Dirt: Confessions of the World’s Most Notorious Rock Band, scritto dagli stessi Mötley Crüe assieme a Neil Strauss: questo non vi tragga in inganno, però, perchè del marcio, dello sporco (appunto: the dirt) che ha circondato la band non manca nulla. Inutile fare la sinossi del film che è la copia carbone di ciò che è arcinoto del gruppo di Nikki Sixx e compari. I Mötley Crüe sono famosi per essere uno dei gruppi più indomabili, imprevedibili, violenti, drogati della storia della musica. Nati sull’onda del glam rock si sono “fatti” di ogni sostanza di cui era possibile abusare a cavallo tra gli anni settanta e ottanta.

Una storia “veloce”

Nel complesso, la storia è ben strutturata, ritmata, divertente: la trovata dello sfondamento della quarta parete, spesso ad atto del chitarrista della band Mick Mars (interpretato da uno spassosissimo Iwan Rheon) per smentire o confermare gli episodi raccontati nella pellicola non fa che renderli più credibili – persino, addirittura, quando li sconfessa. Il cast è credibile e fresco. Plauso particolare al rapper Machine Gun Kelly, che interpreta il giovanissimo e “innocente” batterista Tommy Lee (che molti di voi ricorderanno come l’ex marito di Pamela Anderson, nonché interprete del celeberrimo filmino “di nozze” a luci rosse con lei) ma anche a Pete Davidson che smette i panni di conduttore del Saturday Night Live per ricoprire il ruolo del tragicomico manager della Elektra records Tom Zutaut, contraltare “borghese” dello stile di vita ai limiti dei Crüe.

Rock and roll senza “scuse”

Il film non è stato particolarmente apprezzato dai critici che, probabilmente, si aspettavano un’agiografia in pompa bagna stile Bohemian Rhapsody oppure pezzi di approfondimento psicologico sui membri della band, sulle ragioni che li spingessero a vivere così “al limite”. Ma non c’è niente di tutto questo in The Dirt, c’è solo musica e puro divertimento, alcool, donne, un sacco di sesso e molta, molta droga, senza troppa speculazione “morale” dietro: un po’ come erano i Mötley Crüe. Erano delle vere rock star, all’eccesso non per moda ma per vocazione. Quando farsi i tatuaggi era ancora un gesto ribelle, quando suonare forte e pesante era sinonimo di gioia, quando le donne non avevano paura di essere trattate come oggetti o come groupies  – sceglievano di essere trattate esattamente come volevano, amavano stare con “quelli della band”, e nessuna si è mai lamentata. Certo, quando ci si metteva l’amore di mezzo, le cose si complicavano un po’: ma non è così anche per noi? Inoltre, The Dirt è un’ottima occasione per riscoprire la musica dei Mötley Crüe e per chi ancora non la conoscesse, di innamorarsene.

Ilaria Paoletti

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Ermanno 26 Agosto 2019 - 9:15

Ci vogliono più “palle” a fare quelle cose quando non si è nessuno…distruggere una stanza d’albergo quando sei coperto da fama e giro di soldi è come buttare una carta per terra…Gente vestita in maschera che faceva divertire i ragazzini..

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