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Roma, 4 nov – Che bisognasse spogliarsi di ogni velleità mitologica norrena nell’approcciarsi al Thor: Ragnarok di Taika Waititi era cosa ovvia. Qui non si parla del vero Dio del Tuono di Asgard ma dell’omonimo supereroe Marvel creato da Stan Lee nel 1962 e interpretato sugli schermi dal 2011 dal biondo idolo delle fan femminili Chris Hemsworth. Quindi scordatevi la morte di Balder, lo scontro tra Thor e Jormungandr, Fenrir che spezza le catene, Sköll e Hati che divorano il Sole e la Luna, Loki e Heimdall che si annientano a vicenda mentre Surtr divora tutto nel fuoco che genererà il nuovo mondo. Siamo nel mondo Marvel dove la separazione con il mondo mitologico nasce già dal fatto che Loki non è il fratello di Odino bensì il fratello di Thor con cui ha un ambiguo rapporto di amore e odio. Inutile quindi avere sul film pregiudizi “puristi” partendo dai poemi eddici, è un cinecomic e come tale va visto.

Anche partendo da questi presupposti si potrebbe sperare in una saga mitologico-fantascientifica dai tratti epici, scontri galattici tra alieni potenti come divinità quali sono gli Asgardiani dell’universo Marvel, un’epopea che pur non riuscendo ad essere una giusta sintesi tra Il Signore degli Anelli e Star Wars – pur avendone tranquillamente le potenzialità narrative – almeno provi ad essere qualcosa che ci si avvicina. Ma dopo il primo capitolo del 2011, diretto da Kenneth Branagh, tutto sommato abbastanza riuscito e che forse poteva far sperare in qualcosa che lontanamente e vagamente potesse andare in quella direzione, abbiamo avuto un secondo capitolo, Thor: The Dark World diretto nel 2013 da Alan Taylor, abbastanza piatto, scialbo e che ha eliminato del tutto ogni velleità in proposito. Che il nuovo regista ebraico-maori Taika Waititi volesse cambiare direzione lo ha detto fin da quando ha preso in mano il progetto, circa due anni fa, chiarendo da subito che avrebbe puntato alla commedia. Già questo fece suonare molti campanelli d’allarme intorno ai fan. Perché trasformare l’universo di Thor che per sua natura è quello più aulico e fantasy in una commedia? Ma va bene, liberiamoci anche di questo pregiudizio e prendiamo il film per quello che è, se ne uscisse fuori una buona commedia, brillante, divertente e con una storia avvincente – la mente di tutti è corsa a I Guardiani della Galassia – ben venga. Ma niente, questo terzo capitolo dedicato al Dio del Tuono non si salva neanche partendo da questi presupposti.

Thor: Ragnarok cerca per tutto il tempo di inseguire I Guardiani della Galassia ma non riesce neanche a diventarne una brutta copia. Battute con doppi sensi da scuola media, scontri tra lo sci-fi e il fantasy in cui una CGI terribile rende tutto troppo finto, un tentativo di formazione di team in cui al Thor oramai clownesco si aggiungono un Hulk ancor più clownesco, una Valchiria – nera e bisessuale, ovviamente – del tutto inutile e dalla caratterizzazione che se fosse stata decisa lanciando i dadi di D&D sarebbe riuscita meglio, e un Loki che dopo essere stato il personaggio forse più riuscito di tutto il nuovo universo cinematografico Marvel, grazie anche all’interpretazione superlativa di Tom Hiddleston, viene sprecato nella parte del cabarettista che poi è l’unico che riesce davvero a far ridere con qualche sketch e qualche battuta. Un velo pietoso sui “villain”. Due attoroni come Jeff Goldblum e Cate Blanchett vengono buttati via uno in una parte che dire ridicola è riduttivo, l’altra in una Hela annunciata come cattivissima e portentosa ma che si rivela il classico villain monodimensionale oramai troppo frequente nell’universo Marvel – si salvano solo il già citato Loki, il tanto viturperato Ultron e l’Avvoltoio di Michael Keaton – che rasenta il patetico nelle scene di combattimento in cui una specie di pupazzetto nero in CGI ipervelocizzato dovrebbe dare, forse, l’idea di una guerriera fortissima e imbattibile ma che alla fine dà solo l’idea di una parodia. Il tutto senza farsi mancare una parte finale con un chiaro ammiccamento alla propaganda sui profughi che scappano dalle guerre.

Il problema non è tanto che il film non sia riuscito. Succede, per fortuna di cinecomics tanto Marvel che DC che invece sono veramente riusciti se ne contano molti nell’ultimo decennio. Il problema è che la critica di casa, quella Usa e quindi quella più influente per i destini dei film in produzione, sta spingendo il film come un capolavoro. E il problema è che l’andazzo del genere cinecomic stia andando sempre più verso questa direzione, con plauso di critica e della parte più sfigata dei nerd – quella che risulterebbe sfigata anche per i protagonisti di Big Bang Theory o Stranger Things, per intenderci. Perché se I Guardiani della Galassia è stato una piacevolissima sorpresa è vero anche che si sono susseguiti il quasi cabarettistico Ant-Man e il tentativo di film commedia – o anche tentativo di film… – Suicide Squad che la critica ha provato a iniziare a incensare salvo arrendersi dopo qualche settimana di proiezione di fronte a un film che se non fosse stato per la Harley Quinn interpretata da Margot Robbie probabilmente tutti gli spettatori avrebbero rimosso, o avrebbero voluto rimuovere. E non dimentichiamo il Deadpool campione di incassi, un film volutamente sopra le righe ma che dopo venti minuti di doppi sensi ultra volgari, rutti, peti e parolacce smette di far ridere. Almeno fuori dagli Stati Uniti.

Il fatto che per cercare di fare successo al botteghino Usa, che poi è quello che conta per le produzioni hollywoodiane, si punti sempre più alle commedie demenziali nei cinecomics sta diventando un problema che rischia di appiattire un genere che invece aveva iniziato a “sdoganarsi” con la trilogia del Cavaliere Oscuro di Nolan, che tutto era tranne che commedia e che invece era riuscita a dare una dignità e uno spessore anche a film con i supereroi cartacei come protagonisti. Anche le critiche negative ad alcuni film fanno pensar male. Se il primo Avengers che aveva una grossa dose di commedia al suo interno era stato – giustamente – osannato dalla critica, il suo seguito Age of Ultron è stato criticato proprio perché troppo cupo, poco allegro, con un villain – Ultron appunto – troppo complesso. E pensare che è uno dei pochi villain, come abbiamo notato sopra, ad essere stato caratterizzato con più di due dimensioni. Per non parlare delle critiche al Batman v Superman di Zack Snyder, accusato di “prendersi troppo sul serio” quando invece è “solo un cinecomic” – di fatto l’accusa è di aver fatto qualcosa di più del semplice cinecomic, come se fosse un difetto – e definito troppo dark e dalla trama incomprensibile. Per la cronaca, la trama si capisce benissimo ma bisogna seguirla perché ha una sua complessità, cosa che evidentemente inizia ad essere considerata anch’essa un difetto da parte di chi senza spiegoni non riesce a seguire una trama poco più che lineare. E poi, orrore, un Superman che invece di essere il boyscout sorridente che lotta per il Bene è addirittura un essere con una sua personalità, i suoi dubbi e le sue battaglie interiori. Inconcepibile. Le critiche sono state talmente feroci che, nonostante il film volasse ai botteghini e fosse accolto benissimo in Europa, dove forse qualche secolo di cultura in più riesce a far comprendere più facilmente anche le trame leggermente più articolate, la casa di produzione dei film DC ha più volte cambiato i piani in corsa per cercare di arginare gli attacchi e assecondare i critici. Con Wonder Woman ci sono riusciti, soprattutto tramite la clamorosa supercazzola di aver fatto passare il film come femminista, costringendo quindi tutti gli americani a vederlo e osannarlo e impedendo a chiunque di criticarlo pena accuse di sessismo o accostamento ai Weinstein vari. Da vedere cosa succederà con l’imminente Justice League, diretto sempre da Snyder che però ha dovuto abbandonare l’ultima fase di postproduzione, montaggio e riprese aggiuntive per un dramma familiare, lasciando il compito di completare la realizzazione del film al collega Joss Whedon. La lotta dei rumors si divide tra chi sostiene che il film sia rimasto fedele alla linea di Snyder già segnata con Batman v Superman e chi invece sostiene che Whedon abbia avuto l’occasione, spinto dai produttori, di stravolgere il film e portarlo a una versione edulcorata, semplice, lineare, non comica ma “sorridente” e quindi più accettabile ai critici che volevano la testa di Snyder.

A breve scopriremo chi avrà ragione e soprattutto scopriremo se il mondo dei cinecomics potrà avere ancora un futuro anche fuori dagli Usa o se film come Thor: Ragnarok saranno il cliché del genere, nel tentativo già purtroppo sulla buona strada di degradare i nostri gusti appiattendoli su quelli della massa americana.

Carlomanno Adinolfi

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