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Roma, 5 apr — “Probabilmente la popolazione di Torre Maura, ma anche quella di Roma, non è razzista e non è neanche stufa dei rom. E’ stanca dei campi rom o dei centri di raccolta rom, come vogliamo chiamarli. Ma anzitutto non ce la fa più di promesse non mantenute e di amministratori che sulla questione rom altro non fanno che ripetere gli stessi errori del passato“. Ad affermarlo, difendendo così gli abitanti di Torre Maura dalle accuse di razzismo, non è stato qualche cattivone di CasaPound ma Carlo Stasolla.

La Onlus “21 luglio”

Per chi non lo conoscesse, Stasolla è il presidente dell’Associazione 21 luglio, una Onlus sorta nel 2010 con l’obiettivo di combattere i fenomeni di discriminazione e segregazione, promuovendo in particolare i diritti delle persone, minori in primis, appartenenti alle minoranze rom, sinti e camminanti. Egli stesso, dopo aver vissuto per 14 anni all’interno dei campi nomadi della Capitale, ha sposato una montenegrina di etnia rom. Si tratta, insomma, di una figura non sospettabile di fascismo, razzismo o xenofobia, quanto di più lontano dalle posizioni dei “sovranisti” in tema di immigrazione e sicurezza.
Eppure Stasolla si batte da anni contro i campi nomadi, considerandoli strumenti di ghettizzazione delle comunità che vi abitano, fonti di illegalità e ostacoli alla vera integrazione: una battaglia portata avanti con coerenza e anche con qualche rischio, tanto che nel 2014 fu pubblicamente minacciato da uno dei capi del campo rom “La Barbuta”, evidentemente contrario al fatto che si potesse mettere in discussione la sopravvivenza dell’insediamento.

Le critiche alla giunta di Virginia Raggi

Sul suo blog, ospitato su sito del Fatto Quotidiano, il presidente dell‘Associazione 21 luglio ha raccontato ieri una serie di interessanti particolari relativi alla vicenda di Torre Maura. La giunta Raggi aveva manifestato a suo tempo l’intenzione di chiudere i campi rom, utilizzando a tale scopo i fondi europei messi a disposizione per l’integrazione delle comunità nomadi, eppure dopo appena un anno da questo trionfale annuncio ha bandito una gara “per il reperimento e gestione di una struttura di accoglienza in favore di persone rom”: insomma, un campo nomadi riveduto e corretto. Unica partecipante e aggiudicataria della gara è stata la cooperativa “Tre fontane”, appartenente al gruppo La Cascina, legato a Comunione e Liberazione e già coinvolto nello scandalo di Mafia Capitale tanto che la stessa cooperativa in questione era stata inizialmente colpita da un’interdittiva antimafia emessa dall’allora prefetto di Roma Gabrielli. Nulla di nuovo sotto il sole, si direbbe: ancora una volta si alimenta sulla pelle degli interessati, ma soprattutto su quella degli abitanti delle periferie romane, un ricco business dell’accoglienza, di fronte al quale i professionisti della retorica immigrazionista preferiscono chiudere gli occhi.

“Una costosa violazione dei diritti umani”

Il giudizio di Stasolla sull’operazione Torre Maura è impietoso: il sistema dei campi “viola i diritti umani, è costoso (più di 2000 mensili a famiglia), la popolazione non lo accetta”. Anche i più intelligenti tra gli amici dei nomadi, insomma, capiscono ciò che appare lampante: i rom italiani devono essere integrati nella comunità nazionale a parità di diritti ma soprattutto di doveri, devono essere strappati a un sistema che costituisce per loro al tempo stesso un ghetto ma anche un comodo alibi per sottrarsi ai doveri di cittadini e abbandonarsi all’illegalità. I nomadi stranieri – aggiungiamo noi – vanno rispediti lì da dove provengono, se non hanno titolo per stare in Italia o non sono in grado di mantenersi e vivere in maniera civile nello Stato che li ospita. Ciò che viene difeso dai paladini dell’accoglienza, in conclusione, è semplicemente il perpetuarsi di una situazione inaccettabile di degrado, corruzione, sfruttamento interno alle stesse comunità rom.
Peccato che a sinistra siano in pochi a riflettere sulle parole di Stasolla e, soprattutto, sul disagio dei cittadini delle periferie romane, che ancora una volta si è tentato di costringere a sopportare il peso di un modello fallimentare. D’altra parte, perché riflettere? Molto meglio sbrodolarsi e sdilinquirsi per Simone, il quindicenne di Torre Maura pieno di buone intenzioni che “ha affrontato CasaPound” a colpi di profonde riflessioni come “a me settanta persone nun me cambiano la vita”. Questi sono, ormai, i leader di riferimento della nuova sinistra: al confronto, le più belle frasi dell’Osho romanesco sembrano davvero pillole di saggezza.

Marco Mancini

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2 Commenti

  1. …si potrebbe fare come facevano nei paesi comunisti dell’ est…venivano circoscritti in adatti camp,i dove potevano vivere secondo le loro usanze e costretti ad uscire solo ed esclusivamente per pulire le strade..

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