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Torino, 5 apr – Il caso dell’assassinio di Stefano Leo, ucciso con una coltellata alla gola nel pieno centro di Torino dal marocchino Said Mechaquat, si arricchisce di un nuovo, inquietante particolare. L’assassino del commesso 33enne di Biella non doveva trovarsi ai Murazzi di Torino, ma dietro le sbarre, in carcere. Una sentenza di condanna mai eseguita ha lasciato quindi l’immigrato libero di uccidere, dal momento che il marocchino, come riporta La Stampa, era stato condannato a un anno e sei mesi per maltrattamenti e lesioni aggravate ai danni dell’ex fidanzata. Il suo caso era sto preso in esame da un giudice che gli aveva negato la sospensione della pena per pregressi precedenti penali; il 27enne, quindi sarebbe dovuto essere arrestato nel momento in cui la condanna diventò definitiva.

La conferenza stampa

Qualcosa invece è andato storto, e lo ha spiegato Edoardo Barelli, presidente di Corte d’Appello, durante la conferenza stampa per chiarire l’accaduto. “La cancelleria ha come input quello di far eseguire le sentenze più gravi, sopra i tre anni, perché al di sotto si ha la possibilità di ottenere l’affidamento in prova. E Said Mechaquat poteva avere accesso a pene alternative”, ha dichiarato. “Capisco che è difficile da spiegare. La mancanza di personale in Corte d’Appello è una discriminante. Tutto quello che riguarda l’organizzazione e i servizi spetta al Ministero della Giustizia. Siamo in seria difficoltà. Lo sapete tutti. Ho cercato di rendere più efficiente la macchina sui procedimenti pendenti che sono diminuiti. Se si lavora di più, aumenta il lavoro di cancelleria che per legge dà priorità all’esecuzione delle sentenze superiori a tre anni”.

La disperazione del padre

Barelli rivolge un pensiero anche ai parenti del ragazzo biellese: “Come rappresentante dello Stato mi sento di chiedere scusa alla famiglia di Stefano Leo. Non consento di dire che la Corte d’appello sia corresponsabile dell’omicidio. Qui abbiamo fatto quello che dovevamo fare. C’è stato un problema. Posso scusarmene, ma non c’è nessuna certezza che Mechaquat Said – ribadisce – potesse essere ancora in carcere il 23 febbraio”. Sbigottito e devastato il padre di Stefano: “Io sono disperato. Quando questa notte ho saputo della Corte d’Appello non ho dormito – aggiunge -. Queste persone sgozzano perché vogliono uccidere. Adesso chi va in galera? Chi sconta la pena? Abbiamo giustificazioni per tutti. Voglio andarmene dall’Italia, qui c’è qualcosa che non funziona”.

Cristina Gauri 

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