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Roma, 15 apr – Identità, cultura, tradizioni, tradizione (con o senza maiuscola): forse non ci sono termini più abusati nel dibattito politico e culturale odierno. E la prima a farne le spese è proprio la cruciale battaglia identitaria, che viene oggi portata avanti contro il mondialismo e i processi di omologazione culturale. Atteso che molto spesso questi termini vengono associati a pretesi «valori dell’Occidente», che in sostanza si riassumono nel modello individualista e consumista dell’American way of life, anche quando si faccia riferimento alla tradizione spirituale, storica e culturale di una comunità, lo si fa con un approccio conservatore, nell’accezione deteriore che tale aggettivo può assumere, come se la tradizione di un popolo fosse banalmente un qualcosa da salvaguardare, da tenere in vita, da lucidare ed esporre in una teca, oppure da riportare in vita dopo un lungo oblio. Una visione fallace quanto ingenua, che così presta facilmente il fianco alle bordate del ceto intellettuale progressista: sociologi, antropologi, storici ecc., impegnati a dimostrare tesi secondo cui l’identità altro non sarebbe che una finzione, e la tradizione un’invenzione. S’impone quindi la necessità di individuare una terza via, così come l’ha definita Valerio Benedetti[1], una via che ci è innanzitutto additata dai grandi pensatori del nostro passato, fra tutti Giovanni Gentile.
L’attualismo, la teoria neoidealistica concepita dal filosofo di Castelvetrano, afferma che la realtà esterna, l’oggetto, non esiste indipendentemente ed autonomamente dal soggetto, ma solo in quanto pensata ed elaborata da quest’ultimo. La negazione quindi di ogni materialismo e di ogni determinismo, di ogni forma di pensiero che non concepisca l’uomo come creatore e artefice del proprio destino. Giovanni Gentile applicò i canoni della sua rivoluzione filosofica al suo pensiero politico e al suo agire di uomo di Stato, ed il primo a pagarne le conseguenze fu il vecchio nazionalismo ottocentesco di stampo naturalistico. Egli, seguendo le orme del Mazzini[2], respinse l’idea della nazione come di una realtà già esistente e già compiuta, e lo Stato la realizzazione giuridica della stessa:
Il nazionalismo infatti fonda lo Stato sul concetto di «nazione»: entità che, secondo questa dottrina, trascende la volontà e la personalità dell’individuo, perché si concepisce come obbiettivamente esistente, indipendentemente dalla coscienza dei singoli; esistente anche se questi non lavorino a farla esistere, a crearla. La nazione dei nazionalisti è insomma qualche cosa che esiste non per virtù dello spirito, ma per dato e fatto della natura: sia che gli elementi, che la fanno essere, dipendano, come il territorio e la stirpe, dalla stessa natura, sia che debbano pure considerarsi un prodotto umano: lingua, religione, storia. Poiché anche questi elementi umani concorrono alla formazione dell’individualità nazionale in quanto sono già in essere, e l’individuo se li trova innanzi, esistenti prima di lui, fin da quando egli inizia lo sviluppo delle sue attività morali: sullo stesso piano perciò del territorio e della stirpe.[3]
Pertanto quegli elementi che per il nazionalismo costituivano l’essenza stessa della nazione, siano essi naturali o un prodotto storico e culturale, altro non sono che la «materia della nazione»[4]. La nazione prevede invece la formazione, sulla base di tale affinità, di un comune sentire, di una unità morale, e soprattutto la consapevolezza di tale unità da parte degli individui che la compongono. Unità e consapevolezza che si possono raggiungere solo grazie all’azione dello Stato, che «crea (suggella e fa essere) la nazionalità[5]». Non poteva esserci quindi, da parte di Giovanni Gentile, un’accettazione del concetto di tradizione come di un qualcosa di statico, di inerte, come un feticcio da conservare. In un discorso[6] letto dal filosofo al Lyceum di Firenze nel 1936, dal significativo titolo La tradizione italiana, esordisce affermando che «la tradizione di un popolo è la sua paternità, la sostanza della sua personalità, quale si costituisce nella coscienza che ogni popolo ha di sé stesso». Tuttavia, egli chiarisce, essa è «qualcosa di vivo», in quanto «non è propriamente l’eredità del passato, quasi blasone razzolato tra le macerie di un castello distrutto, e poi, ricomposto, restaurato e ridipinto». Avversa quella idea “museale” della tradizione, contro cui già si era espresso Francesco De Sanctis, l’autore della monumentale Storia della letteratura italiana, ma anche politico e ministro dell’Istruzione. Proprio in tale qualità, nel 1878, durante un banchetto cui prendevano parte i maggiori orientalisti del tempo, rispondendo alle lodi che un convenuto tedesco tesseva in onore della cultura italiana e delle sue nobili radici, dopo aver ringraziato per le parole di elogio, affermò che queste lodi, un tempo sufficienti a lusingare il popolo italiano, «non ci bastano più; direi anzi che ci fanno male». Ciò che De Sanctis voleva che s’intendesse, insomma, è che l’Italia non era più il paese del Grand Tour, quella espressione geografica divisa ed asservita allo straniero, sì bacino inestimabile di arte e cultura, ma incapace di esprimere una volontà unitaria e di dire la sua nel mondo, che subisce il corso degli eventi senza in alcun modo concorrere a determinarlo: «Voi venivate un giorno a visitare non noi, ma i nostri musei, le tracce de’ nostri antenati; ed ora noi speriamo mostrarvi che non vogliamo più ricordare la storia del nostro passato; ma la storia vogliamo farla “noi”!».
Una visione con la quale Giovanni Gentile non poteva che trovarsi in sintonia, aggiungendo, dopo aver riportato la citazione, che «la tradizione dunque che è la forza e il fondamento morale di una coscienza nazionale, non è un passato ancorché glorioso ma tramontato, bensì un vivo presente, operante nell’attualità dello spirito consapevole di sé, della sua forza, del suo destino. Non musei ma sentimenti, forze animatrici che premono da dentro sul pensiero e sulla volontà». Una tradizione quindi che non è semplicemente una realtà da accettare, un patrimonio da preservare, così come si amministrano dei beni ereditati, una tradizione che non è arida rievocazione delle memorie del passato, o premessa per il ritorno ad una presunta purezza originaria, ma una responsabilità, un dovere, una forza che si proietta nell’avvenire, che assurge a progetto, a missione: «Una tradizione – continua ancora Gentile – è vera e però efficace, se è viva». Giovanni Gentile, peraltro, aveva espresso concetti analoghi già nel 1925, nel noto discorso de Le due Italie[7], in cui contrapponeva la Vecchia Italia, quella individualista, scettica e oziosa, figlia dei secoli di decadenza e a suo dire finalmente tramontata con l’inglorioso epilogo dello Stato liberale, alla Nuova Italia, che si lasciava alle spalle le miserie dell’Italietta demoliberale e che, forte dell’insegnamento dei grandi del pensiero italiano e dell’eredità storica e spirituale del Risorgimento, nasceva dalla stagione interventista e dall’epopea della Guerra vittoriosa e si inverava nel fascismo. La nazione, per il filosofo, «non sarà mai quel grande museo che era l’Italia una volta per gl’italiani, che lo custodivano e lo sfruttavano, e per gli stranieri che venivano a visitarlo, gettando un po’ di monete in mano ai custodi. Sì, musei, gallerie, monumenti d’antica grandezza e splendore: ma a patto di sentircene degni, a patto di volerne essere degni. […] E le memorie siano patrimonio da difendere non con l’erudizione, ma col nuovo lavoro, e con tutte le arti della pace e della guerra, che quel patrimonio conservino rinnovandolo e accrescendolo».
Una considerazione riferita all’attualità sorge spontanea: quante volte abbiamo sentito dire da politici, opinionisti, storici dell’arte, intellettuali vari, frasi del tipo «l’Italia dovrebbe vivere di turismo»? Un’affermazione che, a prima vista, potrebbe sembrare innocente, persino acuta, ma che in realtà rappresenta una reviviscenza di quella Vecchia Italia che Gentile considerava sconfitta, la nazione-museo, che si adagia indegnamente sugli allori del proprio passato, che si accontenta degli omaggi retorici del forestiero, e che concepisce la cultura non come creazione, come produzione, ma come mera tutela. Ed in fondo questa è l’Italia che piace ed è sempre piaciuta agli stranieri (di fuori e di dentro!): il paese, e non la nazione – parola da pronunciare quasi chiedendo scusa – dove si può andare in vacanza, visitare le città d’arte, degustare il vino e il buon cibo; un’Italia che si crede sì capace di produrre individualità eccezionali in vari campi, ma non di affermarsi come entità collettiva, un’Italia che non può essere capace di competere nella ricerca, nella tecnologia, nell’industria, ed essere in grado di imporsi nella scena internazionale con un proprio peso e degli interessi da affermare. L’Italia che vedono e che vogliono è un’Italia debole, svirilizzata, che deve eseguire i famosi “compiti a casa”, la cui unica politica estera sia quella di adeguarsi alle decisioni della cosiddetta “comunità internazionale”, il cui tornaconto quasi mai coincide col nostro, magari accodandosi a qualche “intervento umanitario” come addetta alle salmerie.
Ecco, se ancora oggi, a 74 anni dal suo tragico assassinio, cerchiamo di ricordare e di ispirarci all’insegnamento di Giovanni Gentile, è perché rifiutiamo questa Italia. La nostra patria, quella che egli ha immaginato, è quella forte, unita, volitiva, non aggregato d’individui atomizzati, ma comunità di uomini avvinti da una legge superiore, che è quella del dovere e dello Stato. Uno Stato che sia sostanza spirituale e morale, e cioè etico, datore di valori e norme di vita, che sappia infondere nel popolo le più alte virtù, e condurlo alle più alte mète. Quella Italia nazionale e sociale in cui non smetteremo mai di credere e per la quale non smetteremo mai di lottare.
Filiberto Maffei
[1] V. BENEDETTI, L’identità italiana esiste ed è rivoluzionaria, «Il Primato Nazionale», ottobre 2017, pp. 25-26.
[2] G. MAZZINI, Dei doveri dell’uomo (1860), Bur, Milano 2010, p. 7: «La Patria non è un territorio; il territorio non ne è che la base. La Patria è l’idea che sorge su quello; è il pensiero d’amore, il senso di comunione che stringe in uno tutti i figli di quel territorio»
[3] G. GENTILE, Che cos’è il fascismo, Vallecchi, Firenze 1925, p. 45.
[4] G. GENTILE, Genesi e struttura della società (1946) Le Lettere, Firenze 2003, p. 63.
[5] Ibid.
[6] G. GENTILE, Frammenti di estetica e teoria della storia, (Opere complete, vol. XLVIII), Le Lettere, Firenze 1992, pp. 97-118.
[7] G. GENTILE, Il contenuto etico del fascismo (1925), in Politica e cultura, a cura di H. A. CAVALLERA, (Opere complete, vol. XLV), Le Lettere, Firenze 1992, 11-27.

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