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cavalleriaRoma, 10 mar – Il 7 marzo scorso è apparso sulla pagina culturale de La Stampa un articolo di Claudio Bressani sull’eroica carica di Isbusenskij del Savoia Cavalleria in Russia nel 1942, intitolato “Ho fotografato l’ultima carica della cavalleria italiana”. Il cui sottotitolo recita: “Campagna di Russia, 24 agosto 1942: di quell’epico assalto si credeva non ci fossero immagini originali. Invece una esisteva: la scattò un artigliere che oggi, a 96 anni, racconta la sua storia”. Scrive l’autore dell’articolo: “Nell’era dei satelliti, dei missili e dei droni, c’è chi può dire di aver visto con i propri occhi la guerra dell’800, quella studiata da Carl [sic per Karl] von Clausewitz per il suo celebre trattato. Carlo Comello, ex agricoltore di Castelnovetto, piccolo centro della Lomellina quasi ai confini con il Piemonte, è stato testimone dell’ultima carica di cavalleria dell’esercito italiano, durante la campagna di Russia. Non solo: scattò l’unica fotografia originale esistente di quell’assalto. Era l’alba del 24 agosto 1942, nei pressi del villaggio di Izbuscenskij, poco lontano dal Don: quattro squadroni del reggimento Savoia Cavalleria, 700 uomini in tutto e i loro destrieri, si lanciarono nel combattimento e dispersero 2500 fanti siberiani armati di mitragliatrici e mortai”.



Diciamo subito che la foto riprodotta nell’articolo, se pure riproducesse davvero la carica di Isbusenskij, e non vediamo né prove a favore né contro, quindi assumiamola pure come autentica, a dispetto dell’articolista non è l’unica. Esistono alcune fotografie autentiche della carica, che vennero scattate dal capitano Silvano Abba, istriano di Rovigno, medaglia d’oro alle olimpiadi di Berlino nel 1936, e che cadde durante la carica, venendo decorato con la Medaglia d’Oro al Valor Militare alla memoria, prima di caricare con il IV° squadrone (sono foto scattate da lontano e molto sfuocate). Esistono immagini “a fuoco” realizzate nell’immediato dopo-carica con l’assistenza ai feriti e controllo dei prigionieri sovietici. C’è poi la celebre ripresa dell’Istituto Luce, da cui spesso sono stati tratti fotogrammi presentati poi per foto della carica) realizzata poche settimane dopo e non corrispondente per nulla, per ragioni coreografiche, alle modalità con cui la vera carica venne condotta.

L’articolo fornisce inoltre cifre sbagliate circa l’esito della carica: “I morti russi furono circa 300, oltre 200 i feriti e 500 i prigionieri”. In realtà ai sovietici lo scontro costò 150 morti, 300 feriti, 500 prigionieri, fra cui un comando di battaglione, 4 cannoni, 10 mortai, 50 mitragliatrici e centinaia di fucili. Il Savoia Cavalleria aveva perso 32 dei suoi migliori uomini, fra cui 3 ufficiali, 52 rimanevano feriti e 100 cavalli erano ormai fuori combattimento. Quell’ultima giornata di gloria valse al Reggimento 54 medaglie d’argento, la medaglia d’oro per il maggiore Litta, il capitano Abba e lo stendardo. Detto ciò, ricordiamo che non si trattò dell’ultima carica della cavalleria italiana: l’ultima avvenne a Poloj, in Croazia, il 17 ottobre 1942, quando l’intero reggimento Cavalleggeri di Alessandria del colonnello Aymone Cat (quindi con tutti gli squadroni montati, a differenza di Savoia il cui IV squadrone era appiedato) caricò i partigiani titini, mettendoli in fuga. Ma merita di essere commentato il giudizio finale dell’articolo: “Gli ufficiali tedeschi si congratularono con il colonnello Alessandro Bettoni, comandante del Savoia Cavalleria, dicendo: ‘Noi queste cose non le sappiamo più fare’. Un riconoscimento del valore dei soldati, ma anche dell’arretratezza delle tecniche militari italiane, quando ormai si era alla vigilia della guerra atomica”. La retorica dell’antiretorica, con la favoletta degli italiani arretrati perché usavano la cavalleria.

Questo capita a chi creda che la Seconda Guerra Mondiale sia stata come nei film di guerra e nei fumetti di Supereroica, fatta solo di carri armati e meccanizzazione. E così non era. Ora, prescindendo dal fatto che l’ultima carica della cavalleria italiana fu come detto quella di Alessandria a Poloy, il giornalista ignora, dall’alto della sua vasta cultura militare (forse con tecniche intendeva tattiche) che sul fronte orientale la cavalleria fu ampiamente impiegata da rumeni, ungheresi, sovietici (l’Armata Rossa disponeva nel 1940 di 21 milioni di cavalli!) e tedeschi, e che la vera ultima carica di cavalleria della storia fu, nella primavera del 1945!, quella dei cosacchi di von Pannwitz in Carniola. I tedeschi, che pure avevano sciolto la maggior parte delle loro unità di cavalleria negli anni ’30, convertendole in unità da ricognizione, iniziando quindi la guerra con solo la 5. Kavallerie.-Dvision montata, che caricò durante la battaglia della Bzura in Polonia nel 1939, a partire dal 1943 ricostituirono delle unità di cavalleria montata per scopi di ricognizione e lotta antipartigiana, arrivando a disporre di sei divisioni di cavalleria; le Waffen-SS ebbero due divisioni di cavalleria, la Florian Geyer e la Maria Theresia, senza contare le grandi unità cosacche. E a lanciare le atomiche furono gli USA, che disponevano nel 1940 di 14 milioni di cavalli, la cui ultima carica di cavalleria contro i giapponesi fu quella del 26th Cavalry Regiment a Luzon nel giugno 1942, due mesi soltanto prima di Isbushenskij, mentre l’ultima grande azione di cavalleria fu l’avanzata delle divisioni di cavalleria del generale Issa Piliev, una sovietica e quattro mongole, in Manciuria nell’agosto 1945, dopo le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki.

Ma non ditelo alla Stampa e a Bressani.

Pierluigi Romeo di Colloredo

 



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4 Commenti

  1. Sono assolutamente d’ accordo con lo spirito dell’ articolo, di mettere sotto accusa quell’ atteggiamento ipercritico, corrosivo e disfattista, che concepisce e vuole imporre l’ immagine del nostro paese sempre e comunque inferiore agli altri, vicini e lontani.

    Indubbiamente, con uno spirito come quello che anima una critica vuota, inutilmente denigratrice di tutto ciò che è nostro, non si arriva da nessuna parte.

    Allo stesso tempo però, occhio a non sconfinare nell’ atteggiamento opposto. Una critica giusta, obiettiva, capace anche di essere adeguatamente propositiva ci è assolutamente necessaria se vogliamo finalmente incominciare a crescere, come popolo e come cultura.

  2. Io invece non sono d’accordo.
    Non si tratta né di disfattismo né di retorica anti-italiana: ne è la prova il fatto che il giornalista usi affettivi come “eroico” e sottolinei il valore dei soldati.
    Per quanto riguarda la “favoletta degli italiani arretrati”, non sono in grado di dire se il numero di unità di cavalleria italiane sia una spia del l’arretratezza militare italiane. Il giotnalista, perció, potrebbe essere stato superficiale. Tuttavia, credo sia fuori discussione il fatto che mediamente le truppe italiane fossero peggio equipaggiate delle truppe alleate o tedesco,nonostante nell’esercito ci fossero delle eccellenze.
    In conclusione, credo che l’articolo possa essere mediocre – mi fido di voi -, ma non credo si debba parlare di retorica anti-italiana .

    • Mi inserisco nella scia della sua riflessione, non certo per sterile polemica, ma perché ritengo l’ argomento estremamente interessante, e degno di un minimo approfondimento.

      Concordo pienamente con la sua affermazione, riguardo allo stato di preparazione specifico dell’ Esercito (ed anche dell’ Aviazione): nonostante l’ indubbia eccellenza di alcuni corpi, lo stato generale era di una preparazione mediocre, unitamente ad un livello di equipaggiamento inferiore a quello dei principali eserciti “concorrenti” e per di più scarso.

      Diverso era il caso della Marina, sia pure gravemente azzoppata nelle sue possibilità tattiche ed operative dalla mancanza di navi portaerei, e del radar.

      Nei confronti di quest’ultima, gravarono soprattutto una svogliatezza, una inazione, che pregiudicarono completamente le nostre sia pure notevoli possibilità iniziali nel Mediterraneo.

      Si vedano quale esempio, la condotta imbelle di Ammiragli come Riccardi, e Jachino, che portarono a disastri come quello di Matapan, senza contropartita alcuna.

      Ed è giusto sottolinearlo, visto che tale “complesso” interiore e culturale, è stato tutt’ altro che superato: la stessa inazione, la stessa tendenza a temporeggiare in attesa che l’ alleato di turno faccia (e possibilmente vinca) la guerra anche per noi stiamo dimostrando ancora oggi, si veda quale esempio il nostro ridicolo (sì, proprio ridicolo) comportamento in Libia.

  3. Buon pomeriggio.
    Mi permetto di inserire il mio commento – sia pure in ritardo – per un motivo che sara’ piu’ chiaro alla lettura del mio ‘avatar’.
    Premetto che – quando abitavo a Torino – leggevo volentieri “La Stampa”. Poi, pero’, me ne sono sempre piu’ discostato man mano che mi accorgevo del loro ‘penchant’ per la sinistra.
    Detto cio’, devo – sia pure a denti stretti – spezzare una lancia (e’ il caso, parlando della nobile Arma di Cavalleria!) a favore del Bressani.
    Il nome del Generale von Clausewitz (Carl Philipp Gottlieb von Clausewitz) e’ proprio CARL (con la “C”. Anche io – errando – credevo nel ‘Karl’!
    A supporto, allego due link:
    la ‘Britannica’ (in Inglese)
    https://www.britannica.com/biography/Carl-von-Clausewitz
    e la Treccani (in Italiano)
    https://www.treccani.it/enciclopedia/carl-von-clausewitz
    Non me ne voglia l’esimio Dr. Romeo di Colloredo…

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