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Roma, 29 giu – “C’è ancora del buono in questo mondo padron Frodo”: recitavano così le parole di Sam Gamgee rivolte a Frodo Baggins nel famoso passo de Il Signore degli Anelli. Ho pensato a questa frase varie volte durante la mia visita a Sequals, il paesino di poche anime, nel profondo Friuli, che ha dato i natali al celeberrimo campione di pugilato Primo Carnera. E’ una frase che mi è risuonata in testa calpestando quei luoghi carichi di storia e significato che hanno visto nascere, vivere e morire il Gigante di Sequals.

Primo Carnera: il pugile e l’uomo

Un uomo e un pugile su cui si è scritto molto dal punto di vista  sportivo e del quale vengono ricordati più che altro i tanti episodi legati alla sua iniziale vita povera riscattata appunto dalla sua dignitosa carriera di boxeur. Eppure troppe volte si è fatto finta di non vedere tanti altri aspetti della sua vita e del suo essere ripieno di bontà genuina ed attaccamento alla propria terra.

Tutti ormai conosciamo le sue gesta sul ring, le sue vittorie più importanti ed anche le sue cadute pesanti. Dagli esordi in Francia fino alla vittoria del mondiale a New York contro Jack Sharkey nel 1933, dalla sconfitta contro Max Baer fino al suo nuovo riscatto nel mondo della lotta libera. Eppure della sua vita si parla pochissimo e spesse volte questo sua sincera bontà viene volutamente scambiata per mera ingenuità, mera faciloneria nel fidarsi degli altri.

Sicuramente è vero che l’essere buoni ti espone al rischio di cadere nelle grinfie di gente senza scrupoli ed approfittatori di ogni genere, ma è pure vero che alla fine della tua vita i tuoi atti di generosità sono quelli che rimangono nel cuore delle persone che ti hanno conosciuto veramente. Lo si nota respirando l’aria di quelle stradine di campagna avvolte da colline dove Primo Carnera ha passeggiato e dove si è fermato a rimirare il verde degli alberi e gli orizzonti alpini. Lo si sente fermandosi a bere un bicchiere di vino nella locanda del Bottegon nella quale si intratteneva volentieri a chiacchierare e a giocare a carte. Proprio qui dove le pareti sono coperte da ritagli di giornali e foto dedicate al loro compaesano, dove in bella vista è esposta la scarpa che indossava il campione (un 52 di piede!), ti metti a pensare alla sua vita di persona semplice e gentile ed a quella sua bontà che molte volte i media italiani hanno frainteso e dileggiato. Si dice che nel regime fascista vietarono di pubblicare la sua foto di quando finì al tappeto contro Baer, ma nessuno si ricorda di quando, appena tornato in Italia pochi anni prima di morire, la Rai gli “dedicò” maliziosamente il film “Il Colosso di argilla” dove si narrava la storia di un pugile mediocre su cui manager e scommettitori ci lucravano sopra e che fu portato avanti nella carriera, comprandosi gli incontri, solo per interessi economici sopravvalutandone il valore sportivo. Una bontà che viene sempre scambiata per stupidità e che non tiene conto della realtà dei fatti, come quelli che ci parlano di un Primo Carnera che durante la guerra divideva viveri e beni di prima necessità, a lui recapitati da amici stranieri, con il resto della popolazione locale.

Amor di Patria

Quello che però dà ancora più fastidio a questa società universalista così restia a dare il giusto valore agli eroi positivi, nella quale vige il politicamente corretto, è il vero senso di attaccamento alla Patria su cui la bontà di Primo Carnera si poggiava in maniera evidente.

Camminando per quelle strade ed analizzando la sua vita non si può dividere la generosità di quest’uomo dal suo amor di Patria: sentimento tenuto alto in ogni occasione anche durante i lunghi anni passati in America per far crescere e studiare i suoi figli. Un attaccamento alla sua terra ed alle cose semplici come il pane sfornato la mattina o come un bicchiere di vino sorseggiato insieme agli amici nella locanda del suo paese. Un amore sincero per la sua terra e per la sua gente che lo portò a difendere i colori dell’Italia sia sul ring sia nella vita in generale.

Proprio questo suo sincero amor di patria e quel suo naturale avvicinamento al Fascismo lo hanno reso sicuramente un personaggio su cui non si è mai potuto dire tutto ma che andava preso solo per certi lati nascondendo il resto. Se le biografie sono fatte per conoscere in modo didascalico i fatti salienti della sua vita, certi aspetti vanno conosciuti da vicino da chi magari ne ha studiato il senso e lo spirito. Nel mio viaggio a Sequals non potevo non farmi accompagnare dal biografo più “spirituale” di Carnera, da colui che oltre a narrarne romanticamente le gesta legate alla sua carriera sportiva, ne ha incarnato i sentimenti. Emilio Del Bel Belluz, originario di Motta di Livenza (50 km da Sequals) già ospite più volte a Roma per presentare le sue opere dedicate al pugilato e a Primo Carnera in particolare, è forse l’esempio vivente del perdurare di quel sano legame con la terra e con la gente in un’Italia sempre più lontana dalle sue radici e sempre più soggetta ad un immigrazione sfrenata. Esiste un profondo connubio tra questo scrittore, la sua terra d’origine ed il mito di Carnera; un’unione di sentimenti e di ideali prima di tutto, una fede condivisa, una bontà amabile legata indissolubilmente all’amor di patria. Proprio quest’ultimo aspetto forse è il più interessante perché ci fa percepire la giusta contrapposizione che esiste tra un buonismo universale ed astratto fine a sé stesso e una generosità pratica fondata sul rafforzamento e la cura dei legami più importanti di cui ogni uomo ha bisogno, la famiglia, una terra, una casa, un focolare e degli amici che condividano con te lo stesso senso di appartenenza e che con te siano disposti a difenderlo.

Tornando verso casa, sul treno che costeggia il fiume Livenza, ho risentito in testa le parole di speranza che Tolkien mette in bocca al suo hobbit. Esiste ancora un’Italia che ama le proprie radici che riconosce i propri fratelli legati da una medesima storia, da una medesima cultura, da un medesimo destino.

Francesco Amato

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