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Sempre più vecchi, con meno figli e senza lavoro: il desolante quadro Istat sull’Italia

by Filippo Burla
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istat statistica PilRoma, 7 apr – L’Italia è un paese sempre più vecchio, dove si fanno sempre meno figli, la speranza di vita continua a calare ed il Nord è sempre molto più ricco del Sud. Una carrellata di luoghi comuni? No, è la situazione reale. Fotografata dall’edizione 2016 di “Noi Italia”, pubblicazione periodica dell’Istat. Il rapporto – relativo all’anno 2014 – che offre una selezione di indicatori statistici che spaziano dall’economia alla cultura, al lavoro, alle condizioni delle famiglie, traccia un quadro desolante ed in continuo peggioramento.

Per quanto riguarda gli aspetti demografici, “con 3.2 matrimoni ogni mille abitanti, l’Italia rimane uno dei paesi dell’Ue28 in cui ci si sposa meno” e continua a diminuire il numero medio di figli per donna che “nel 2014 – si legge – si attesta a 1.37 mentre occorrerebbero circa 2,1 figli per garantire il ricambio generazionale“. Prospettive non interessanti anche per i nuovi nati: “Secondo le prime stime relative al 2015 – continua il rapporto – per la prima volta negli ultimi 10 anni la speranza di vita alla nascita arretra, con un decremento di 0.2 punti per gli uomini (80.1) e 0.3 per le donne (84.7)”.

In merito agli indicatori economici, le famiglie risultano tutto sommato in salute anche se la povertà rimane un problema non da sottovalutare: “Tra il 2013 e il 2014 l’incidenza della povertà – relativa e assoluta – è risultata sostanzialmente stabile. La povertà relativa coinvolge circa un decimo delle famiglie residenti, quella assoluta il 5.7%“.

Peggio va per il lavoro, nonostante qualche discreto segnale di miglioramento registrato nel 2015 ma già vanificato nei primi mesi del nuovo anno. E’ vero che “nel 2015 risultano occupate oltre 6 persone in età 20-64 anni su 10”, ma l’Italia, spiega l’Istat, si colloca ai margini delle classifiche: “Nella graduatoria europea relativa al 2014, solamente Grecia, Croazia e Spagna presentano tassi di occupazione inferiori a quello italiano”. Non va meglio per la disoccupazione, che ha sì guadagnato qualche punto (poi riperso nuovamente) ma “rimangono forti le differenze territoriali, con un tasso nel Mezzogiorno di poco inferiore al 20%”. Analogo discorso per la piaga della disoccupazione giovanile, che nelle zone del Sud registra numeri da fallimento dello Stato: “il livello massimo si registra nel Mezzogiorno (54,1%), soprattutto in Calabria, dove arriva al 65,1% e fra le ragazze (58,1%)”, illustrano sempre i tecnici Istat.

Relativamente all’industria, “la crisi economica si è riflessa in un calo del numero delle imprese”, calo compensato (anche se non a sufficienza) dall’elevato tasso di imprenditorialità che con il 30.2% “risulta secondo solo a quello della Grecia fra i paesi dell’Unione europea”. Sul medio termine, tuttavia, le previsioni non offrono niente di buono, se è vero che “dopo il recupero del biennio 2010-2011, nel 2013 prosegue la perdita di competitività delle imprese italiane, con 122,9 euro di valore aggiunto ogni 100 euro di costo del lavoro (124,6 nel 2012). Le regioni del Nordovest mostrano i livelli di competitività più elevati, mentre il Mezzogiorno registra valori inferiori alla media nazionale”. Si chiama svalutazione interna, diretta conseguenza della rigidità del cambio.

L’industrializzazione, da parte sua, non è certo aiutata dalla politica infrastrutturale. “L’Italia – prosegue il rapporto Istat – è tra i paesi dell’Unione a più bassa intensità autostradale, ben lontana dai valori di Spagna, Francia e Germania”. Sempre nel 2014, inoltre, “il trasporto di merci su strada ha sviluppato un traffico di poco inferiore a 118 miliardi di tonnellatekm (Tkm), in calo del 7.4% rispetto al 2013. Il volume di traffico italiano, pari a 19,4 milioni di Tkm per 10mila abitanti, è inferiore a quelli di tutti i principali partner dell’area dell’euro e si pone tra i più bassi nell’Ue28”. Stessa storia anche per le ferrovie: “il nostro è tra i paesi con estensione relativa minore, seguito da Regno Unito, Portogallo, Grecia e Paesi Bassi”.

Filippo Burla

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Martino 7 Aprile 2016 - 8:28

È giusto che l’Italia affondi. Una nazione che ha come primo ministro Renzi e ministro dell’interno Alfano deve andare in malora.

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