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Roma, 1 mar – Era il primo marzo del 1938, esattamente ottant’anni fa, quando Gabriele D’Annunzio ci lasciava, privando l’Italia del suo più importante e famoso genio della letteratura.
Un personaggio controverso, quanto mai ammirato e desiderato dal pubblico femminile di fine ‘800, questo è il ritratto che ci si para davanti quando leggiamo gli scritti sul “Vate”, così chiamato per la sua capacità di infiammare gli animi dei suoi lettori in maniera quasi romantica. Il lettore arde di passione leggendo le pagine dei libri di D’Annunzio: Il piacere è un capolavoro della letteratura decadente, un uomo che, cercando di corteggiare una donna, se ne invaghisce perdutamente di un’altra. L’unico risultato è che perderà entrambe e resterà lui, solo, nei suoi pensieri e nei suoi tormenti. Leggendo quest’opera la sensazione che si prova è quasi di volare, assieme al poeta, tra le rovine della Roma imperiale che, anche se in decadenza, risplendono di colori e di vita, i fiori, i marmi, le case, tutto si combina in un armonioso piacere che, tuttavia, è combattuto con il desiderio amoroso di Andrea Sperelli, il protagonista del romanzo. “Possedere, non essere posseduto” è la paternale massima che accompagna la vita di Sperelli ma, alla fine, lui stesso verrà sconfitto dalla sua incolmabile sete di lussuria.
Non solo la passione accompagna D’Annunzio. Dopo l’esperienza con “Il piacere” si cimenterà in un altro capolavoro “Le vergini delle rocce”. Questa volta, però, il tema è il “superomismo”. Le teorie di Nietzsche, infatti, avevano profondamente colpito il poeta pescarese a tal punto che si lasciò travolgere dall’idea che servisse un nuovo re a Roma, e in Italia per sineddoche. Il protagonista della sua opera è un antiborghese riluttante alla democrazia in quanto considerata come principale forma di degradazione e corruzione. L’Übermensch dannunziano altro non è che il capo di un governo fatto di intellettuali e aristocratici che sapranno già da se cos’è meglio per il volgo. I rappresentanti del popolo non andranno ascoltati in quanto loro e solo loro sono le vere cause viventi del degrado della società con la loro meschinità ed egocentrismo.
Insomma, il poeta più amato dalle folle era anche un “uomo d’azione” e non solo un uomo da scrivania. Fervido nazionalista, propagandò a lungo affinché il Regno d’Italia entrasse in guerra contro la Triplice Alleanza. Di carattere spiccatamente coraggioso, partì per missioni pericolosissime sia via aerea sia via marina e inflisse gravi danni ai reparti di mare e d’aria dell’esercito austriaco. Lanciò volantini propagandistici sia a Trieste sia a Vienna e non si intimorì nemmeno quando,a bordo del suo MAS 96, sabotò le navi austriache sul porto di Buccari. In un atterraggio d’emergenza, nel 1916, perse quasi un occhio. Durante la convalescenza compose il “Notturno”, un testo di poesie spiccatamente crepuscolari, decadenti nel senso che sono assolutamente scarne in quanto il Vate non riesce a non pensare al dolore che gli divora l’occhio come se un “giacinto violetto” gli stesse crescendo nell’orbita e portasse il poeta a sprigionare un “grido folle” che nessuno però può sentire se non lui stesso.
Il Vate diverrà storicamente famoso per l’impresa di Fiume e l’instaurazione di un governo autonomo nella suggestiva zona della costa istriana settentrionale. Sarà proprio il triste epilogo dell’avventura fiumana a demoralizzare per sempre il poeta soldato.
Troverà pace solo in quel spettacolare castello che diventerà famoso come il “Vittoriale degli Italiani”, un monumento vivente del poeta pescarese, grande abbastanza da celebrare sommessamente il suo ego e la sua personalità imponente quanto mai riservata e misteriosa. Il letto a forma di bara, la precisione millimetrica di disposizione di ogni singolo cimelio e la genialità stessa del luogo lasciano a bocca aperta. D’Annunzio voleva che ognuno portasse rispetto alla Musa Poesia, per questo la stanza dove il poeta creava i suoi capolavori aveva una porta d’entrata molto bassa: l’ospite era costretto ad abbassare il capo per entrarvi e rendere onore alla dea.
Tommaso Lunardi

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