Roma, 20 feb – La Cassazione si è pronunciata e ha messo a tacere, forse definitivamente, i gendarmi del pensiero unico. Soprattutto gli antifascisti più ottusi convinti di poter impedire anche le commemorazioni dei morti. Secondo la Corte infatti, il saluto romano, se ha intento commemorativo e non violento, non può essere considerato un reato. Anzi, si tratta di una libera “manifestazione del pensiero” e non attenta minimamente all’ordine democratico.
Con questa sentenza la Cassazione ha assolto due manifestanti, che durante una commemorazione organizzata a Milano nel 2014 da esponenti di Fratelli d’Italia, rispondendo alla “chiamata del presente” avevano alzato il braccio destro facendo il saluto romano. Un gesto che qualcuno aveva pensato bene di ritenere “concorso in manifestazione fascista”. Ma la Cassazione (sentenza n. 8108) ha respinto di netto il ricorso del pg di Milano, confermando le decisioni del gup e della Corte d’appello di Milano (quest’ultima datata 21 settembre 2016). La Corte ha condiviso il percorso che ha portato alle decisioni di merito, stabilendo che la legge non punisce “tutte le manifestazioni usuali del disciolto partito fascista, ma solo quelle che possono determinare il pericolo di ricostituzione di organizzazioni fasciste”, e i gesti e le espressioni “idonei a provocare adesioni e consensi”.
Per la Cassazione il saluto romano fatto dagli imputati non è stato ritenuto tale. Per i giudici di merito è stata dirimente la natura puramente commemorativa della manifestazione del corteo, organizzato in onore di tre militanti morti, senza “alcun intento restaurativo del regime fascista”. Anche se durante la manifestazione vi era stata ostentazione di simboli, i giudici hanno escluso che la manifestazione avesse assunto connotati tali da suggestionare e indurre “sentimenti nostalgici in cui ravvisare un serio pericolo di riorganizzazione del partito fascista”.
Nell’argomentare la propria decisione, la Cassazione ha fatto inoltre degli esempi precisi, in cui al contrario, vanno ravvisati gli estremi del reato di manifestazione fascista: è il caso di chi intona “all’armi siamo fascisti”, considerato una professione di fede e un incitamento alla violenza, o di chi compie il saluto romano armato di manganello durante un comizio elettorale. Cosa tra l’altro piuttosto difficile da riscontrare al giorno d’oggi.
La Cassazione ha poi ricordato un precedente identico, riguardante i coimputati dei due manifestanti. In quel caso la stessa Suprema Corte aveva sottolineato che il reato previsto dalla legge Scelba “è reato in pericolo concreto, che non sanziona le manifestazioni del pensiero e dell’ideologia fascista in sé, attesa le libertà garantite dall’articolo 21 della Costituzione, ma soltanto ove le stesse possano determinare il pericolo di ricostituzione di organizzazioni fasciste, in relazione al momento ed all’ambiente in cui sono compiute, attentando concretamente alla tenuta dell’ordine democratico e dei valori ad esso sottesi”.
Alessandro Della Guglia

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