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Roma, 14 giu – Lo potremmo ricordare per le sue battaglie indefesse, ostinate, solitarie per cercare la verità sulla strage di Ustica o sulla vicenda dei due fucilieri di Marina rimasti per mesi prigionieri in India. Ma il modo migliore per raccontare Luigi Di Stefano, scomparso oggi dopo una serie di problemi di salute, è raffigurarselo in una veste più privata e meno combattiva. Bisogna averlo incrociato, almeno una volta, sul portone di via Napoleone III numero 8, seguito da un nugolo di bambini adoranti, nipoti reali e acquisiti, mentre si improvvisava baby sitter, guida turistica, maestro di scuola, tutto in una volta, per avere la dimensione dell’uomo che stava dietro al ricercatore.



Luigi Di Stefano, un combattente per la verità

I nipoti li portava in giro per Roma, raccontando miti, leggende, storielle, fatti più o meno reali con tono da affabulatore, creando con semplicità e spontaneità quel legame tra le generazioni e quella cura del genius loci che tanti seriosi cervelloni si sforzano invano di evocare. Luigi era un buon patriota di natura quasi ottocentesca, non ideologica, molto lontano dalla radicalità della comunità umana e politica in cui era stato catapultato per via dei figli, Simone e Davide, era un sincero amante dell’Italia. Era, soprattutto, un buon italiano, di quelli in cui «l’arte di arrangiarsi» non è un modo per aggirare responsabilità e doveri, ma sfocia semmai nel genio creativo, nell’inventiva di chi sa sempre e comunque trovare una soluzione, una strada, una possibilità. Ogni tanto sposava una causa per mero amore di verità e iniziava una sua crociata personale.

Le più famose di queste battaglie, come ricordato all’inizio, furono quelle per i Marò e per Ustica, la sua vera ossessione, su cui aveva anche scritto due libri. Di questi fatti conosceva a memoria ogni minuzia ed era capace di parlare a braccio per ore, cosa che peraltro di tanto in tanto faceva con qualche militante incrociato sulle scale del palazzo, perché magari era entusiasta di aver richiesto qualche documento a qualche autorità dall’altra parte del pianeta e di essere riuscito a farsi ascoltare laddove reporter ben più accreditati si limitavano a copiare e incollare le veline giuste al posto giusto. Tale entusiasmo del tutto disinteressato, unito al pittoresco eloquio romano con cui infarciva i suoi resoconti, generava istantanea simpatia e interesse anche in chi non ambiva in modo particolare ad assistere a una lezione sui calibri dei proiettili in dotazione alla Marina militare.

Ciao Luigi

I risultati raggiunti con queste battaglie solitarie erano tanto più sorprendenti e ammirevoli quanto più si riflette sulla natura solitaria della ricerca e anzi sull’aperta ostilità incontrata nel vasto e radicato mondo dell’anti-Italia. Luigi aveva vissuto tali campagne diffamatorie quasi con sorpresa, come spesso accade a chi, incapace di fare del male, non concepisce il male neanche per mano degli altri, neanche dai nemici. Ma le aveva archiviate in fretta, rituffandosi nelle sue ricerche, nei suoi tracciati, nei suoi documenti, creando attorno a sé anche un piccolo nucleo di sodali e appassionati che ben doveva servirgli da barriera protettiva contro l’infamia e l’irrisione dei ben più numerosi avversari. Con Luigi Di Stefano se ne va una brava persona, ingenua nel senso antico del «buon sangue», combattiva, onesta e goliardica come solo gli italiani sanno essere. Alla sua famiglia vadano le condoglianze del Primato Nazionale.

Adriano Scianca



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3 Commenti

  1. Ho letto molti suoi articoli pubblicati qui sul PN, molto chiari e pieni di buonsenso. Condoglianze alla famiglia anche da parte mia.

  2. Mi affianco a Werner nelle condoglianze restando anche a fianco di chi ricerca la verità su tutte le stragi riversateci addosso!

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