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Roma, 22 apr – Ce l’hanno fatta: il colpo è arrivato, anche se non si può riscontrare una certa ipocrisia e parzialità nelle scelte fatte. Stavolta più di prima si certifica che tutti sono uguali, ma certe categorie sono più uguali di altre. Non si vuole certo sindacare la scelta di mantenere l’orario di chiusura degli esercizi come bar e ristoranti alle ore 23 (o alle 24) o l’imposizione, ad esempio, del servizio al tavolo già dalle 18. D’altronde il settore turismo e la ristorazione sono un settore importante della nostra economia. Come è più che mai giusto mantenere aperte palestre, piscine e luoghi dove si svolgono attività fisiche: il presidente del Consiglio Giuseppe Conte avrebbe dovuto spiegare ai gestori che, dopo essersi dissanguati per adeguare alle normative i loro impianti, avrebbero dovuto (di nuovo) chiudere i battenti.

Associazioni e circoli esclusi

Ma chi non rientra nelle attività redditizie? Le associazioni, di ogni genere (esclusi come sempre gli intoccabili centri sociali), hanno ricevuto il colpo di mannaia che era stato previsto. A quanto pare, con le attività culturali non si mangia. Quello che però incuriosisce è ciò che muove il governo a decidere: dentro circoli culturali e associazioni il rischio di contagio è il medesimo di uffici e luoghi di lavoro. Tuttavia un cinema, una palestra, un’azienda (ovviamente) producono redditi, un circolo o un’associazione qualsiasi no. Quindi, anche se rispetta doviziosamente le regole, si mantiene nei limiti, rinuncia ad attività, il circolo chiude.

Diciamo che questa scelta però resta comprensibile, d’altronde bisogna pur avere una scala di priorità. Insomma, a parità di rischio delle scelte vanno fatte. Hanno salvato i bar, i pub, ristoranti, resteranno aperte palestre e luoghi dove si svolgono attività sportive in genere (sarebbe stato problematico spiegare aa chi era stato obbligato a spendere montagne di soldi per adeguarsi alle normative, che avrebbe dovuto chiudere). Qualcosa andava alla fine chiuso. Ma un dubbio serpeggia: le sagre di paese sono state vietate, e in effetti alle sagre o alle fiere di paese gli assembramenti sono inevitabili. Ma perché molti convegni ed eventi fieristici non sono stati vietati?

Ciò dimostra che l’atteggiamento che si sta avendo verso l’emergenza sanitaria è ambiguo, contraddittorio e a volte anche ipocrita. Non è mai chiara una normativa (il governo per capire che ha fatto un errore deve attendere di essere preso in giro da un esercente: vedi il titolare del locale di Catanzaro che ha chiuso a mezzanotte e riaperto 15 minuti dopo): sembra siamo in emergenza, ma a fronte di regole ferree le stesse non vengono fatte rispettare – salvo comminare multe agli anziani perché mentre bevono il caffè si abbassano la mascherina – per non parlare dell’ipocrisia nell’autorizzare certi eventi e non altri, autorizzando soprattutto quelli dove il grado di rischio di contagio e diffusione ipoteticamente è molto più alto.

Andrea Borelli

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