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Roma, 2 set – Basta bollettini del ministero della Salute sull’epidemia di coronavirus, visto che l’epidemia non c’è più. L’infettivologo Matteo Bassetti torna alla carica contro la narrazione giallofucsia – amplificata dai media filogovernativi e supportata dagli “espertoni” catastrofisti – di un virus onnipresente e tuttora mortale. “Con mascherine e distanziamento si può tornare alla normalità. Questo è il messaggio che deve venire dalla medicina oggi: torniamo a vivere con delle precauzioni. Non possiamo continuare a dare ogni sera il bollettino di guerra, questo è profondamente sbagliato. Il popolo non è abituato a questi numeri, noi non comunichiamo il numero delle persone colpite da infarto“. Così il direttore della Clinica malattie infettive dell’ospedale San Martino di Genova e presidente della Società italiana di terapia antinfettiva (Sita), in collegamento con la trasmissione In Onda su La7.

“Basta allarmismo, colpisce le aziende e l’economia”

“E’ giusto mettere in guardia la popolazione durante la fase emergenziale, ma ora non c’è più. Torniamo a vivere facendo meno allarmismo, perché colpisce le aziende e l’economia“, fa presente Bassetti, che sottolinea come in Italia “siamo arrivati a una potenza di fuoco di circa 100 mila tamponi al giorno e ci manteniamo su livelli molto significativi”. “Bisogna sempre guardare la percentuale sui tamponi fatti”, chiarisce Bassetti, sottolineando che “buona parte dei contagi che oggi contiamo provengono da viaggi all’estero“. “Poi – prosegue – c’è quel numero degli oltre 100 pazienti in terapia intensiva che deve essere tenuto in considerazione, ma non deve al momento terrorizzarci. Noi oggi siamo più bravi e il messaggio è che la gente muore di meno. I morti sono sempre tanti, ma è evidente che oggi è una malattia in qualche modo diversa anche perché siamo diversi noi, sia nel fare i tamponi che nel curare le persone”.

“No ai tamponi a tutti, se fossimo tutti positivi dovemmo richiudere tutto?”

Proprio sul fronte dei tamponi, l’infettivologo spiega perché non ha senso e anzi è controproducente farli a tutti quanti. “Al ritmo di 300 mila al giorno, in 6 mesi avremmo testato l’intera popolazione italiana. Non serve, sia perché l’esito potrebbe mutare nell’arco di pochi giorni o ore, in caso di contatto con un infetto, sia perché ci pone di fronte a un dilemma: se fossimo tutti positivi, anche gli asintomatici, dovremmo chiudere tutto? Se avessimo il 3-4% della popolazione italiana positiva cosa faremmo? Non ha senso: con questo virus si deve convivere, non esserne terrorizzati“. scrive sulla sua pagina Facebook. “Il modello di Vo’ Euganeo non è estendibile all’intero Paese. In quel caso si è isolato e testato un paese di 3 mila anime, meno di coloro che lavorano all’ospedale San Martino di Genova. L’Italia non è Vo’. Senza contare le ricadute in termini di costi immediati per eseguire i tamponi e di lungo periodo su un’economia già in ginocchio”, sottolinea l’esperto.

“Tampone solo per sintomatici e per intercettare nuovi focolai”

Bassetti precisa che il tampone va fatto “nel caso di persone sintomatiche, dove è necessario un isolamento fino a completa guarigione”. Ancora, è un esame necessario per “intercettare nuovi focolai o viaggiatori provenienti da Paesi ad alto rischio, ma non ha senso tracciare in modo indiscriminato. E a scuola? Se volessimo essere sicuri che nessuno abbia il virus dovremmo eseguire i tamponi su tutti, tutti i giorni: è impossibile”, fa presente.

“Si deve tornare a scuola. Il rischio zero non esiste ma è un rischio che non possiamo non correre”

E proprio in merito al ritorno a scuola in sicurezza, l’esperto non ha dubbi: “Si deve tornare a scuola. Il rischio zero evidentemente non esiste, ma è un rischio che non possiamo non correre. Sono sette mesi che le scuole sono chiuse. Da sempre il rischio zero a scuola non esiste. Non è esistito con l’influenza, con il meningococco, con il morbillo e con molte altre malattie infettive contagiose. Il rischio zero non esiste ma è calcolato come in tutte le altre attività, in tutto il resto del mondo. Non c’è ‘nulla di scientifico’ – avverte – nel fare una settimana a scuola e una a casa con la didattica a distanza o bloccare le macchinette dei distributori automatici a scuola. Se vengono usate le mascherine (non durante le lezioni) dov’è il problema di fare la ricreazione, di entrare a scuola assieme. Che differenza c’è?”, conclude.

Adolfo Spezzaferro

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