Roma, 26 gen – Altro che fake news e “articoli che parlano alla pancia dei lettori”, come ieri hanno scritto i prodi “sbufalatori” di Butac, o lo stesso Mentana: le accuse di aver fatto circolare una bufala a proposito della notizia sulla liceità dell’aborto fino al nono mese di gravidanza nello stato di New York sono infondate, e quel che è peggio, sono esse stesse fake news. Con buona pace di Mentana & co., siamo “rei” solo di aver riportato il dato testuale del provvedimento legislativo. La legge, chiamata Reproductive Health Act (Rha) interviene procedendo sia ad abrogazioni, sia a modifiche testuali di alcune leggi pre-esistenti: la prima importante disposizione è quella che all’articolo 25A al paragrafo primo stabilisce i casi in cui è possibile praticare l’aborto oltre le 24 settimane (e quindi anche fino al nono mese di gravidanza).

Una di queste prevede appunto la possibilità di interruzione di gravidanza nel caso non solo e non tanto di pericolo di vita per la madre, ma anche nel caso sussista un potenziale e non meglio specificato pericolo per la salute (“health”, lasciato senza particolari aggettivazioni). Ma il concetto di salute, sin dalla nota sentenza Doe vs. Bolton della Corte Suprema risalente al 1973, è estremamente ampio, e comprende anche fenomeni di disagio emotivo, di depressione, di disarmonia familiare, alcuni dei quali potrebbero benissimo essere transitori e passeggeri. Ad esempio uno stato transitorio depressivo potrebbe essere sufficiente per determinare la liceità dell’aborto oltre il sesto mese.

“un tecnico sanitario con licenza, certificato o autorizzato, che agisca entro lo spettro delle pratiche consentite dalla legge, può praticare un aborto […] quando: la paziente rientra nelle 24 settimane di gestazione, o c’è assenza di segni vitali da parte del feto, o l’aborto è necessario per proteggere la vita o la salute della paziente.”

L’utilizzo della disgiuntiva “o” nel testo della riforma rende chiaro che mancanza di vitalità del feto e pericolo per la salute sono caratteristiche tra loro alternative, e non da ritenersi concorrenti. Detto ancora più brutalmente, anche se il feto dovesse essere vitale ma potesse arrivare a costituire generico pericolo per la salute della donna, l’aborto all’ottavo o nono mese sarebbe assolutamente legale. Il paragone con la legge italiana – la 194/1978 – non è in realtà adeguato perché la 194, invece, il pericolo per la salute lo aggettiva espressamente e lo qualifica come “serio” (art.4), lasciando chiaramente intendere come il pericolo debba essere attuale e grave. Senza considerare poi il termine entro cui è esercitabile, e che è assolutamente incomparabile con la legge americana.

C’è un altro punto piuttosto rilevante da mettere in luce, cioè quello del soggetto abilitato a stabilire la portata del “pericolo per la salute della donna”: si parla di “healthcare practitioner”, termine che equivale a “sanitario” e non a medico. Pertanto una decisione così rilevante, invasiva e soprattutto legata a un generico pericolo (che quindi meriterebbe una qualificazione scientifica accurata e molto attenta) viene affidata alla valutazione di un “sanitario”. 

Il decreto rende non più penalmente perseguibile (come omicidio, ma in realtà in qualunque altro modo) non tanto e non solo l’aborto determinato da pericolo assoluto per la vita della donna, quanto anche un aborto tendenzialmente “arbitrario” (si tenga sempre a mente il concetto generico di salute) che si concluda ovviamente con la inevitabile morte del bambino (ci si consentirà di ritenere un feto vitale di otto o nove mesi, un bambino). L’approccio normativo è talmente confusionario nel linguaggio scelto e nella draconiana decisione di voler eliminare senza graduazioni di sorta conseguenze penali, da lasciar immaginare quale piega potrebbe prendere nella concreta prassi.

C’è infatti l’esclusione del feto, per quanto sviluppato e vitale, dalla definizione di “persona” in quanto vittima di un reato violento: ne consegue che la attestazione da parte di un operatore sanitario, di un generico pericolo per la salute della donna, eliminerà la responsabilità penale di chi pratichi l’interruzione di gravidanza (oltre le 24 settimane, quindi anche fino al nono mese). È evidente come non ci sia bisogno di sposare tesi di fanatismo anti-abortista per sottolineare i potenziali gravissimi arbitri, giocati sulla pelle di un bambino, a cui questa scelta di politica e di tecnica legislativa porterà. La legge dello Stato di New York va ben aldilà delle enunciazioni della sentenza della Corte Suprema americana Roe vs. Wade (vera pietra miliare nel diritto costituzionale americano, ironia del caso risalente alla stessa identica data della Doe vs. Bolton) e che pure è stata sovente richiamata come precedente conforme che avrebbe ispirato il legislatore.

Infatti la sentenza del Gennaio 1973 e la interpretazione del 14esimo Emendamento a quella seguita, interpretazione acquisita al patrimonio costituzionale americano, sanciscono un limite differente da quanto innervato nella legge dello Stato di New York, ovvero quello della capacità vitale del feto. La Corte Suprema infatti ha stabilito in Roe vs Wade che l’aborto è sempre possibile fin quando però il feto non sia in grado di sopravvivere fuori dall’utero materno, anche con ausilio di strumentazioni artificiali, il che grosso modo equivale ad un periodo attorno ai sei/sette mesi: la legge newyorchese invece parla genericamente di possibilità oltre le 24 settimane, quindi fino ai nove mesi.

In sintesi, non c’è nessuna fake news. L’unica bufala l’hanno diffusa Mentana, Butac e tutto il codazzo di saputi che forse dovevano leggersi con un po’ più di attenzione il testo della legge – sempre che, invece, tutte queste accuse non siano state fatte in malafede – e forse prestare più attenzione alle fake news clamorose che provengono sempre più spesso dalla sponda globalista.

Cristina Gauri

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5 Commenti

  1. Oltre al medico potrebbe essere personale sanitario, vero. Ma è il dottore che cerca le pazienti o le donne che scelgono chi deve curarle? Se una donna cerca una persona che non segua la legge e la deontologia per abortire a ogni costo non è colpa né della legge né del codice di comportamento dei sanitari. E’ la coscienza del singolo e vale per ogni legge, dal furto all’omicidio. Leggi punitive sull’aborto portano solo nuove Savita Halappanavar: meglio che la scelta sia frutto della valutazione di personale che si occupa della salute piuttosto che decisa da politici che di competenze mediche non ne hanno alcuna.

  2. Straordinario intervento: eccellente risposta a chi gabella per fake news le tragedie orrende della modernità. Grazie a Cristina Gauri che l’ha scritta, e che non ho l’onore di conoscere personalmente. Però desidero chiarire una cosa: la differenza tra i periodi di gestazione indicati nell’orrida legge americana e nella 194 non fanno certo di quest’ultima checchessia di accettabile, ad alcun livello. Dal punto di vista morale l’aborto è omicidio d’innocente sempre e comunque, dall’embrione al… già nato: chissà infatti che direbbero Mentana and Co. sapendo (ma lo sapranno e tacciono) che in alcuni stati americani, con la complicità di due pseudo-scienziati italiani operanti in Australia, è lecito l’omicidio anche post partum, considerato alla stregua di un aborto con la bella scusa che nei primi tempi di vita il bimbo non sarebbe… un essere umano!!! Compulsare Internet per crederci. Ripeto che dal punto di vista strettamente morale – sia ben chiaro e non si faccia confusione sul punto – uccidere una vita in pancia o fuori è comunque omicidio. Ammetto però che l’omicidio del già nato fa più effetto! Maledetti!

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