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Roma, 8 giu – Con l’epidemia di coronavirus – almeno in Italia – ormai ben avviata sul viale del tramonto, il virologo Burioni opta per la ritirata strategica eclissandosi dalla scena mediatica. «Torno alla mia vera aula, quella universitaria e starò in silenzio stampa almeno fino all’autunno. In tv e sui giornali ho detto quello che dovevo. Ora per un po’ non andrò nei media. Piuttosto vorrei scrivere un testo universitario, dedicarmi ai miei studenti: mi sono mancati». Sembra quasi di sentirlo citare quel meme con la didascalia «Il mio lavoro qui è finito», dove qualcuno gli risponde per le rime…

Un tempismo eccezionale, comunque. Proprio quando iniziava a farsi troppo insistente il fuoco incrociato di Codacons e Lega sui suoi compensi da Fazio, sull’assenza di contraddittorio nelle trasmissioni, e sul rapporto con i colossi farmaceutici. Proprio quando la realtà stava smentendo ogni singola previsione catastrofica sull’andamento dell’epidemia in fase 2 messa sul banco dalla compagnia vaticinante dei virologi stellati. Ecco che Burioni lascia il palcoscenico, «Ma io non sono un presenzialista!», precisa al Corriere che pubblica oggi una sua intervista. «nel periodo più buio, dal primo marzo al 30 aprile, non sono entrato nemmeno nei primi dieci più presenti nel dibattito pubblico». Vero, ma questo non ha impedito al suo nome di comparire su tutte le testate ogni giorno a ciclo continuo.

Burioni lascia, quindi, perché se è vero che farsi ospitare da Fazio è stato una grande palestra, «il linguaggio della tv non è quello della scienza. I suoi tempi non sono quelli della scienza», si rischia di essere «travisati, esposti al rischio di dire cose mai dette. Mi hanno attribuito di tutto», si lamenta il virologo, a cui, è evidente, piace molto l’idea di avere una cassa di risonanza, ma molto meno l’idea di contraddittori o dell’accettazione dei rischi correlati alla sovraesposizione mediatica. Quando il virologo si mette sul pulpito, non solo è vietato contraddirlo – se non si è virologi – ma è vietato anche interpretare.

E conclude lamentandosi dell’interesse – legittimo, come legittime sono le domande che si è posto il Codacons – riguardo i suoi compensi e i suoi rapporti con i giganti farmaceutici: «Sulle consulenze dico una cosa semplice: chi dovrebbe aiutare la ripartenza di un Paese se non un esperto di queste questioni? Se la Ferrari mi chiede un aiuto, dovrei dire di no? Io ritengo che sia un dovere dare una mano. E un professionista va pagato, perché altrimenti si tratta di sfruttamento. Mi hanno accusato di speculare sulla pandemia persino quando è uscito il mio ultimo libro, Virus, anche se tutti sapevano che i proventi sarebbero andati alla ricerca». Parlare, ha parlato, pagato, è stato pagato: resta solo da capire quale sia effettivamente stato il contributo reale di questi interventi. Ai posteri l’ardua sentenza.

Cristina Gauri

3 Commenti

  1. Il linguaggio della TV non è quello della scienza.
    L’ha capito quando qualcuno ha osato contestarlo.

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