Milano, 5 nov — Rip Macao. I militanti sbattuti fuori, nel mondo crudele: fuori dall’ovattato giochino che si erano costruiti, occupando per dieci lunghi anni la palazzina dell’ex Macello dei Mercati generali di Milano, in Via Molise 68. Il Macao, divenuto una sorta di polo di aggregazione a metà tra centro sociale e locale esentasse con pretese tra l’hipster e il semiculturale, ha subìto infatti un durissimo bagno di realtà: quando l’occupante hipster incontra l’occupante magrebino, l’occupante hipster deve sloggiare, e alla svelta.



Gli occupanti del Macao messi alla porta dagli immigrati

E proprio la realtà, quella del disagio sociale con cui gli occupanti pensavano di poter venire a patti e con cui fare gargarismi socialmente impegnati, ha presentato loro il conto quando a settembre una banda di nordafricani armati di spranghe e coltelli ha imposto la propria presenza. Dis-occupati, quindi: stavolta non per colpa delle aborrite forze dell’ordine, ma dei fratelli migranti, sempre coccolati e vezzeggiati in comunicati, iniziative e festicciole. Gli occupanti originari del Macao hanno tentato prima la via del dialogo. Con scarsissimi risultati, a quanto pare. «Sospendiamo la permanenza delle attività», scrivono su Facebook i militanti, ormai messi su strada.

La resa

Costretti ad annunciare la resa, che pietosamente definiscono solo un «arrivederci», obbligati a questo triste passo a fronte di «una situazione complessa e delicata». Leggi: i fratelli migranti hanno deciso che qui ci vivono loro. La situazione è infatti meno complessa di quanto possa apparire. Per gli occupanti è più complesso spiegare, invece, per quale motivo i fratelli migranti hanno deciso, armi in pugno, di sbattere fuori gli ex padroni di casa: e allora ecco che spuntano i soliti funambolismi lessicali in cui la sinistra radicale eccelle.

Macao: convivenza impossibile, altro che integrazione

Il tentativo di convivenza forzosa portato avanti da settembre ad oggi è stato praticamente impossibile, e non certo solo per la pandemia e gli spazi ristretti, quanto per le pretese e la prepotenza dei nordafricani. A questo punto, non rimanendo altro che gettare la spugna, gli occupanti, anzi gli ex occupanti, ormai sfrattati e gettati nel freddo e inospitale mondo della realtà di tutti i giorni, devono scrivere che il loro compito era «sostenere persone in difficoltà nella ricerca di una casa e condizioni di vita migliori»; ovvero una sorta di «ingrati, noi eravamo dalla vostra parte e voi ci avete cacciato». Proseguono poi gli ex padroni di casa del Macao, affermando di aver cercato di «difendere la comunità», senza naturalmente specificare cosa sia questa comunità, considerando che sono stati proprio gli abitanti del quartiere — quei nordafricani che da anni creano problemi a quelle latitudini — a cacciarli.

Non sono bravi a fare paura

E’ resa totale, senza condizioni. «Non vogliamo usare le nostre energie e il nostro tempo per fare diversamente da ciò che siamo», annunciano poco prima di arrivare al piagnisteo finale: «Siamo una piattaforma che denuncia la precarietà, la mancanza di reddito e le paghe indegne del settore culturale, che crea aggregazione attraverso il mutualismo e l’autogestione dei processi produttivi. Siamo un’occupazione che, fin da subito, ha lottato contro la speculazione immobiliare, il caro affitti e i processi di gentrificazione e sfruttamento della produzione culturale. Come pratica di resistenza a questi processi, abbiamo sperimentato una nuova idea di istituzione culturale come bene comune in lotta per il diritto alla città. Non siamo bravi a fare paura». Decisamente no, infatti. Fanno molta più paura la realtà e la quotidianità con cui gli abitanti dei quartieri sono costretti a convivere e che ora avete scoperto anche voi, sulla vostra pelle.

Cristina Gauri

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Classe 1977, nata nella città dei Mille e cresciuta ai piedi della Val Brembana, dell’identità orobica ha preso il meglio e il peggio. Ex musicista elettronica, ha passato metà della sua vita a fare cazzate negli ambienti malsani delle sottoculture, vera scuola di vita da cui è uscita con la consapevolezza che guarire dall’egemonia culturale della sinistra, soprattutto in ambito giovanile, è un dovere morale, e non cessa mai di ricordarlo quando scrive. Ha fatto uscire due dischi cacofonici e prima di diventare giornalista pubblicista è stata social media manager in tempi assai «pionieri» per un noto quotidiano sabaudo. Scrive di tutto quello che la fa arrabbiare, compresi i tic e le idiozie della sua stessa area politica.

4 Commenti

  1. Hanno fatto i conti senza valutare la violenza irrazionale generata dal infame mercato della droga… ma non lo ammetteranno mai e poi mai! Schiavi come sono di quel prodotto.

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