Roma, 22 dic — Così come il dottor Frankenstein creò un mostro che sfuggì al suo controllo provocando un’infinita serie di orrori, chi ha forgiato le storpiature politicamente corrette se ne vede sempre più spesso travolto. Il clima di ipersorveglianza riguardo a ogni singola sillaba pronunciata ha prodotto maglie di controllo del pensiero talmente strette che gli stessi progressisti ne cadono in trappola.

La Murgia cade nella trappola politicamente corretta

L’effetto, per noi, è ovviamente spassoso: l’esempio più noto riguarda la femminista J.K. Rowling, minacciata di morte perché giudicata transfobica, e qualche giorno fa è capitato pure a Michela Murgia. A nulla le è servito essere promotrice di schwa, fascistometri e lotta al patriarcato: la Michelona nazionale è caduta nei trappoloni del «misgendering» e del «deadnaming» (poi vi spieghiamo pure questi due delitti) e ha fatto incazzare i trans. I quali, sentendosi traditi e poco compresi da quella che credevano fosse la loro paladina, se la sono presa più che se a compiere il fatale errore fosse stato il senatore Pillon.

Quel podcast sulle sorelle Wachowski

In sostanza, la Murgia nel corso del podcast Morgana2, che cura insieme all’autrice Chiara Tagliaferri, ha parlato di Lana e Lilly Wachowski, registe e produttrici della saga di Matrix, specificando che le due sorelle un tempo erano fratelli, Larry e Andy, prima di cambiare sesso. «Sono insomma entrambe donne transgender in passato conosciute come fratelli Wachowski e, successivamente, come sorelle Wachowski».

Apriti cielo: l’universo Lgbt l’ha trovata immediatamente colpevole dei reati di misgendering (quando ci si riferisce a una persona transgender usando termini che si riferiscono al sesso biologico, e non all’identità di genere in cui questa persona si riconosce) e deadnaming, (l’atto di usare il nome e il genere di una persona transgender che le apparteneva prima del cambio di identità sessuale). Il mostro creato dalla Murgia se l’è pappata con tutte le scarpe, il tribunale che lei stessa aveva contribuito ad erigere l’ha condannata seduta stante.

I trans in rivolta

«Ma è possibile dover ricordare ancora una volta», domanda un utente sui social «che non si parla di persone trans usando il deadname e il genere assegnato alla nascita?». Non si fa, Michela, non is fa. «Quando c’era stata la vicenda di Ciro Migliore, Murgia si era esposta pubblicamente spiegando a colleghi e pubblico perché bisognasse parlare al maschile; e usare il nome Ciro. E adesso 50 minuti di deadnaming e misgendering». I trans la crocefiggono: «Ci chiedono il deadname tutti i giorni, usano i pronomi che preferiscono perché “si sbagliano”: questa non è informazione, è stato un massacro per le centinaia di migliaia di persone trans in Italia». Un fiume di sangue, stando a quest’ultimo commento, un’ecatombe. La Murgia ha farfugliato una difesa: «Abbiamo discusso molto prima di scrivere la puntata. Sapevamo che qualunque scelta sarebbe stata problematica». Nel frattempo, il suo account Twitter non cinguetta da un paio di giorni. Chissà quale sarà la prossima mossa per riabilitarsi agli occhi dei trans inferociti. 

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