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Roma, 1 apr – I decreti del governo sulle attività lavorative che devono continuare a funzionare nonostante l’emergenza coronavirus comprendono una fascia di servizi al cittadino considerati “essenziali”. Le scuole italiane sono chiuse dal 5 marzo e i dipendenti amministrativi degli istituti, su invito del governo stesso, stanno provvedendo a lavorare da remoto, su turnazione ad orario ridotto. Non è così per i dipendenti Cepu che non avrebbero ricevuto alcuno “sconto” sull’orario, nessuna agevolazione che permetta lo smart working e neanche i presidi sanitari (mascherine, disinfettanti) per lavorare in sicurezza.



La denuncia dei lavoratori Cepu

La denuncia arriva da numerosi lavoratori del sistema Cepu che, de facto, sarebbero obbligati a recarsi sul posto di lavoro da circolari interne all’azienda. Le lezioni di riparazione o recupero anni scolastici vengono effettuate online; i consulenti e i responsabili della parte commerciale dell’azienda, per tutelare la propria salute e quella degli altri, si sarebbero resi disponibili a lavorare telefonicamente o da remoto. Resterebbe dunque chi si occupa della reception e dell’amministrazione. Molti di loro, spaventati dall’emergenza sanitaria, avrebbero presentato le proprie critiche e altri in presenza di alcuni sintomi influenzali un tempo “inoffensivi”, avrebbero prodotto certificati medici per rimanere a casa, col risultato che adesso anche chi potrebbe lavorare da remoto sembra abbia ricevuto – ci dicono fonti interne – comunicazione “informale” a presentarsi comunque in sede. L’ultima comunicazione che ribadisce questo concetto è proprio del 23 marzo.

“Il timore di essere contagiati” non è una giustificazione

Si legge in una circolare interna del Cepu: “L’assenza autodeterminata da parte di lavoratori che ritengono il fenomeno dell’epidemia sufficiente di per sé a giustificare l’assenza dal lavoro, pur non sussistendo provvedimenti di Pubbliche autorità che impediscano la libera circolazione, sarà considerato assenza ingiustificata con il rischio di un provvedimento disciplinare. Un’assenza determinata dal semplice “timore” di essere contagiati (…) non consente dunque di riconoscere la giustificazione della decisione e la legittimità del rifiuto della prestazione”. Rammentiamo che molti degli operatori a cui si riferisce detta circolare operano in zone ad alto tasso di contagio, specialmente nel nord Italia, dove gli stessi governatori invitano a più riprese la cittadinanza a restare presso le proprie abitazioni.

Le esigenze dell’azienda e quelle dei lavoratori

In un’altra nota del 12 marzo scorso, l’azienda rammenta ai dipendenti che “le Sedi Locali restano aperte e che l’orario di lavoro è dalle 09.00 a.m. alle 18.30 p.m. in modo da garantire il servizio didattico ed amministrativo a distanza agli studenti come garantito dal DPCM del 08/03/2020 art. 1 lettera h che recita: ”Ferma in ogni caso la possibilità di svolgimento di attività formative a distanza” fino al 3 Aprile 2020″. Quello che non viene contemplato in tali circolari interne, tuttavia, è che i decreti del governo raccomandano caldamente di implementare le attività di home working per scongiurare il contagio e anche che “siano incentivate le ferie e i congedi retribuiti per i dipendenti”. Per altri lavori sempre sotto tutela del contratto Ccnl Aninsei in molti istituti di formazione privati si sta provvedendo a lavorare in turnazione, con orario ridotto o da remoto. Le esigenze amministrative di un’azienda, infatti, seppure di vitale importanza, non possono di certo essere messe in primo piano rispetto alla salute dei lavoratori e delle loro famiglie.

Protocolli anti contagio

I lavoratori, inoltre, denunciano come nonostante nel decreto del governo si obblighino le aziende ad assumere “protocolli di sicurezza anti-contagio”, far “rispettare la distanza interpersonale di un metro come principale misura di contenimento”, e l'”adozione di strumenti di protezione individuale”, a loro non sarebbero state fornite né mascherine, né guanti, né tantomeno igienizzanti. “L’Azienda ha messo in atto le misure idonee a garantire la sicurezza dei locali ed il rispetto delle norme igienico sanitarie necessarie a contrastare e contenere la gestione dell’emergenza epidemiologica”, si legge in un’altra nota interna, che suona amaramente falsa a molti dipendenti Cepu, i quali sarebbero costretti a portarsi da soli disinfettanti vari per pulire il posto di lavoro. Questo periodo storico purtroppo sta mettendo le aziende italiane, in tutti i settori, in grande difficoltà. Ma in un’era di grande sviluppo tecnologico come questa è senz’altro possibile ricorrere al telelavoro, soprattutto in regioni d’Italia dove i contagi “sommersi” potrebbero essere enormemente maggiori rispetto a quelli dichiarati. Siamo sicuri che potrà essere trovata una soluzione anche per i dipendenti Cepu.

Ilaria Paoletti

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1 commento

  1. Ma non era fallito sto caxxo di Cepu?
    Onore a chi ha preparato le menti migliori della nostra generazione, come Vieri e Totti.

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