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Roma, 15 mag – Il tempo stringe. Per le imprese riaprire e ripartire è necessità assoluta, come lo è quella di risalire sul treno delle esportazioni, pena il rischio di non riuscire più a rialzarsi. Ma la ripartenza ha dei costi: «inaspettati, a fatturato zero, e senza aiuti concreti», spiega a La Stampa Corrado Alberto, imprenditore nell’hinterland torinese e amministratore delegato di una torrefazione. Per la sua attività dovrà sborsare circa 83 mila euro, 2783 euro a dipendente.

Il salasso si divide in tre voci. La prima è di 44mila euro ed è relativa alla messa in sicurezza della ditta: sanificazione, pulizia dei locali, installazione di divisori in plexiglass, consulenze agli esperti. La seconda, di 17.500 euro, per tutelare la sicurezza sanitaria degli operai: mascherine, gel, guanti e camici monouso, a cui vanno aggiunti test sierologici e polizze assicurative anti-Covid. Il terzo punto riguarda l’adeguamento delle infrastrutture tecnologiche: per garantire il diritto allo smart working, bisogna pagare. Per riaprire servono subito liquidità. Alberto riferisce a La Stampa di essere «furibondo». Per la sua industria si aspettava «un decreto di rilancio, e che le misure fossero nero su bianco. Subito. Invece si spostano i soldi che servivano a favorire gli investimenti e vengono dirottati sull’acquisto di mascherine».

Le cifre sono da tragedia: il 92,9% delle imprese, nel periodo tra gennaio e aprile, ha visto la diminuzione dei ricavi rispetto al medesimo periodo dell’anno scorso. Di queste, il 20% circa ha visto il proprio fatturato dimezzato, per il 40% circa invece è diminuito di un terzo. E ora si aggiunge il carico di «questi crosti inattesi, mentre rischiamo una denuncia penale perché una lavoratore risulta positivo, e non si è nemmeno ammalato in fabbrica».

«Lo stop all’Irap è positivo. Ma le grandi opere al momento non si sbloccano» riflette il presidente dell’Unione industriale di Torino, Dario Gallina. «Era il momento di cambiare marcia. Invece non vedo una strategia e certi settori sono completamente trascurati. Manca un incentivo per l’auto, un settore che in Piemonte ha settantamila addetti e 800 aziende». L’aspettativa di Gallina e dei colleghi era quella di una «campagna di rilancio. E invece non si sa dove vogliamo andare».

Cristina Gauri